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Scritto da Cristiano Sias. Pubblicato in Prosa il 15 Mar 2018.
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Estratto di un articolo pubblicato il 19/10/06 sul sito Nuovapoesia (riportato con i tagli necessari per una migliore “focalizzazione” del pensiero).

(Teatrini e litigi, filosofia, simbologia evolutiva e “open source”)

 

IL LITIGIO

In un teatrino di periferia, a spettacolo finito, un bambino uscendo sfiorò con il suo leccalecca la giacca del capocomico e sull’onda dell’emozione inciampò, cadendo rovinosamente sulla bianca camicia del guitto che aveva fatto da spalla a quest’ultimo, macchiandola vistosamente; per questo venne da ambedue duramente redarguito e strattonato. Vista la situazione, il regista, padre del bambino e amico del capocomico, intervenne per calmare gli animi; malgrado la furia del guitto cercò di sensibilizzare i presenti a restituire al bimbo il leccalecca sequestrato, invitandoli tutti a bere un buon bicchiere di vino e discutere simpaticamente sulle difficoltà e i diritti dei bimbi a mangiare il loro leccalecca,  nel pieno rispetto delle camicie bianche degli adulti presenti. La storia ci racconta che, mentre il regista si trovava a fronteggiare il guitto e le sue offese, nonché le accuse d’essere un cattivo genitore, perché i bimbi andrebbero privati della loro libertà e puniti con severità, l’amico capocomico lo pugnalò inspiegabilmente alle spalle. A tutt’oggi, la vicenda rimane per gli investigatori un caso chiuso ma ancora inspiegabile.

___

 

A proposito di litigi, forum interessanti ed eccessive reazioni di cui accennai nel mio articolo “Empiriocriticismo, astri e oulipo”, uno clamoroso è stato quello sviluppatosi sul forum Nuovapoesia intitolato “Sotto il tappeto. Considerazioni” che vide tra i protagonisti il sottoscritto e un noto autore.  Lo spunto iniziale era persino banale, ma lo sviluppo della discussione sui simboli e metafore poteva diventare interessante, se qualcuno non avesse ceduto a tentazioni polemiche e critiche personali, mirando al conflitto più che alla discussione letteraria. Io in particolare ebbi l’infelice idea di postare alcune mie considerazioni, nel tentativo d'indirizzare la discussione su temi di carattere generale. Il mio grande errore fu infine quello di affermare: “La simbologia, rapportata ad un'ottica filosofica può (e deve talvolta) essere vista in chiave trasformista ed evolutiva, ed offrire in questo approccio interessanti spunti di discussione e studio”.

Casi simili su internet non sono rari. In quell’occasione mi fu detto che eravamo gente “sui generis”. Mi rinfrancai quando lessi che, secondo lo stesso accusatore, anche due premi nobel come Russell (uno dei più grandi filosofi, logici e matematici  del XX secolo, l’atomista, il profeta della vita creativa e razionale) e Carducci (“vate della terza Italia”, critico e studioso di fama mondiale, colpevole solo di una poesia vista oggi “così lontana” dalle mode contemporanee e dall’attualità che vede come arte soltanto ciò che “viviamo”, o che di esso sia simbolo e non origine) erano due “sui generis”.

Ancora fui attaccato personalmente, dicendomi fra le varie accuse che “dovevo indicare nel mio commento sotto quale forma mi ero presentato”, si citarono Ernst Bernhard, E. M. Forster, T. Visher, E. Wind, Aby Warburg e la sua biblioteca, come pensatori che “fissarono dei punti fermi sul simbolismo e la critica dell’arte, “defecando” metaforicamente in grande scena madre finale sulla poesia e i simboli in nome dell’ “l’uomo, la coscienza e la storia”.

Risposi: che bisogno avete di cercare degli alibi?

Ecco, siamo arrivati al nocciolo della questione: gli alibi.

 

FILOSOFIA e OTTICA EVOLUTIVA

L’uomo, la coscienza e la storia. E’ legittimo defecare, pur metaforicamente,  sulla poesia e i simboli in nome di essi? Pur avendo qualche legittimo dubbio, sono però convinto che per defecare su qualcosa occorra che questa cosa sia ferma. Difficile farlo se è in movimento, a meno di essere dei tiratori scelti. La differenza principale mi sembra evidente: statica e dinamica a confronto. Già in questo mi sembra di cogliere una leggera contraddizione con le affermazioni fatte e un allineamento con le mie valutazioni. Mi è stato chiesto infatti: “cosa significa che la simbologia può essere letta in chiave trasformista ed evolutiva?”. E un’altra frase dei miei critici diceva testualmente “il positivismo nella negatività di questi tempi può essere considerato revisionismo, pericolosissimo e fuorviante”. Lo stesso vale per l’affermazione “continuo a non capire cosa sia l'ottica filosofica riferita al simbolo” e “ma soprattutto cosa sia la chiave trasformista ed evolutiva”. Parimenti fu detto all’ “editore Sias”: “ma che fa, lei, legge il simbolo del tapiro di "Striscia la Notizia" in chiave filosofica ed evolutiva? Ma come vuole che si possa evolvere, quella figura di merda mediatica?”.

Ancora gli alibi: arcaici, psicologici, emarginanti e totalitari.

Vedrò ora di rispondere a queste domande.

Per chi ha letto “empiriocriticismo, astri e oulipo” è ormai chiaro che ogni frase scritta da un poeta  sia un esempio di “principio primo di libertà” e  possa avere un significato e un significante diverso da quello che potrebbe apparire. Non è qui una questione di simboli, ma di “punto di vista”. Infatti io non ho mai detto che l’ottica, cioè il punto di vista, sia riferita al simbolo, ma semmai che il simbolo possa essere osservato da punti di vista diversi, né mai ho affermato che fra questi punti di vista non possa essercene uno solo “esatto” e non ho parlato di chiavi in senso assolutista, ma possibilista. Le chiavi “certe” le danno solo i giudici che vivono di scienza infusa, di certezze inconfutabili. In realtà, nell’evoluzione del pensiero l’unica chiave possibile è “l’assenza di chiavi”. Di questa chiave, io parlavo. Opinabile quanto si voglia, ma così era. Anche perché dalle mie parti si dice che più che una chiave, conta la serratura. Cioè, il risultato.

Poche persone, prima di sentenziare, danno il tempo di parlare della “serratura”, e così i problemi di comunicazione diventano altri punti di vista, reali problemi esistenziali.

Per esempio, a proposito di un autore citato, Ernst Bernhard  - l'iniziatore del metodo junghiano in Italia - non fu proprio con la pubblicazione del suo volume “Trasformazioni e simboli della libido” che Jung ruppe con Freud? Non  affermava forse Jung che la libido è suscettibile di evoluzione, e può essere spostata su oggetti immateriali ed è, dunque, spiritualizzabile,  e solo quando tale evoluzione è bloccata e avvengono regressioni, si originano le nevrosi? Ma cosa c’entra, direte voi, la libido con la poesia? C’entra, se come scrisse sempre Jung, grazie all' attività di produzione dei simboli, l'uomo primitivo riuscì a trasferire l' energia psichica da manifestazioni pulsionali immediate, a manifestazioni mediate, orientate verso fini creativi e, in tal modo, effettuò la transizione dal piano della natura a quello della cultura. I simboli della libido manifestano contenuti che trascendono la coscienza e aprono, dunque, al mondo dei valori religiosi; la religione infatti,  ma anche l’arte, a sua volta, attraverso i suoi simboli, sposta la libido fuori dall'ambito strettamente familiare, a cui Freud la restringeva, e la rende disponibile agli usi sociali. In tal modo, Jung veniva ad attribuire alla religione una funzione decisiva nello sviluppo della civiltà. Civiltà, religione, progresso, potere. I simboli per Jung erano un mezzo, un prodotto, non un dogma. Un esempio su tutti: in questi concetti trovano terreno fertile per piantare mattoni, squadre e compassi, le massonerie di tutto il mondo ed ogni sorta di lobby di controllo. E lo stesso Ernst Berhard affermava  che la predisposizione all'analisi (Urano) in alcuni casi ha un'influenza disgregante, soprattutto nelle situazioni dolorose in cui l'individuo non accetta le indicazioni del destino e non abbandona atteggiamenti superati per proseguire nella difficile strada dell'evoluzione. Altre volte, quando la sua collocazione nel tema è sostenuta da aspetti armonici, è un elemento di cambiamenti imprevisti e positivi (un certo Bertrand Russell, sull’armonia, la sapeva lunga, ma era “solo” un filosofo).

E. M. Forster, un altro Junghiano che “fissò un punto fermo sul simbolismo e la critica dell’arte”, definì la sequenza di un romanzo in 1)storia; 2)persone; 3)intreccio; 4)fantasia; 5)profezia; 6)modello e ritmo, ma della storia, senza la quale  nessun romanzo esisterebbe, aveva ben presente il carattere servile, la sua implicita tirannia sul romanziere. Non si parla sapientemente di simboli nella lista. Eppure ancora qualcosa non quadra, se anche lui sognava “un libro sul niente” ed era sicuro che il cinema avrebbe ucciso il romanzo, proprio quel cinema che poi gli diede la notorietà. E negli stessi corsi di letteratura inglese con titolo “Arte e simbolo nel romanzo modernistico”, citandolo come riferimento, la sintassi dei simboli viene esaminata sia in rapporto alle modalità di articolazione del procedere narrativo sia in relazione alle più generali tendenze simboliste degli altri linguaggi artistici. Tendenze simboliste? Una tendenza è per sua stessa definizione qualcosa di dinamico e potenzialmente mutevole.

Neanche T. Visher era un filosofo, ma era un poeta, secondo il quale le contadine di Genzano, vestite del loro costume tradizionale, erano talmente belle e raffinate che “al loro confronto le più eleganti dame della buona società davano l’impressione di tante servette”. Un altro esempio di relativismo poetico, o la consapevolezza che la realtà spesso è diversa dalle rigide definizioni, oppure tutte e due insieme? I suoi studi di estetica espressi ne “Il sublime e il comico” potevano permettergli una tale galanteria, e fu uno dei primi ad affrontare il termine “empatia” che troverà una spiegazione in chiave fenomenologa grazie all’opera di Edith Stein. Ma cos’è l’empatia se non  quel fenomeno di partecipazione e immedesimazione attraverso i quali comprendere lo stato d’animo e le emozioni, nonché la comprensione estetica? Non è forse una forma di adattamento “trasformista” (o se preferite mutevole) a seconda dei credi e le consuetudini, laddove è dimostrato che la stessa gestualità e dinamica comportamentale possa avere significati diversi a seconda delle culture e civiltà? Basti pensare al modo di baciare degli esquimesi, per esempio, o alle occidentali braccia conserte, vietatissime in analisi transazionale e altrove simbolo di dignità o meditazione, o in casa nostra al muovere della testa verticalmente di un siciliano per dire “no”, invece che “sì”.

Edgar Wind infine era un warburghiano convinto che scrisse anche “Arte e Anarchia”, per certi versi quasi un precursore dell’ ”Open Source” (anche se per qualche studioso questa potrebbe apparire come una bestemmia), dove fa un’analisi profonda delle continue alchimie di un’artista, impossibilitato, come l’arte stessa, a rimanere insensibile alle continue vicissitudini del pensiero filosofico e scientifico; e fu proprio Warburg, grazie ad August Schmarsov, suo docente di storia dell'arte a Breslavia, ad andare a Firenze, per compiere uno studio su Masolino e Masaccio, consistente in un'analisi dell'evoluzione dell'espressione dei volti in questi due autori. Su Schmarsov, Ernst Gombrich, autore della "Biografia Intellettuale" di Warburg, osserva: "Warburg trovò in Schmarsov un altro docente che era stato raggiunto dall'onda del nuovo psicologismo. Non era un pensatore lucido, ma molto consapevole dell'importanza dei problemi teorici. Nei suoi lavori sull'architettura aveva meditato sulla percezione dello spazio e sulla tendenza umana all'empatia. Nella sua ricerca in pittura si era molto interessato ai problemi della gestualità e dell'espressione. Ma Schmarsov era soprattutto un evoluzionista".

Incredibile.

 

CULTURA “OPEN SOURCE”

Chiunque conosca un po’ di informatica e gestione aziendale, senza aver avuto il bisogno di amministrare in 20 anni una decina di società come il sottoscritto, conosce l’evoluzione che da un “orientamento all’oggetto” (object oriented) - quasi un  dogma sacro e indiscutibile che ci condusse, pur tra gli innegabili vantaggi, alle attuali depravazioni del sistema, tra le quali la quotidiana schiavitù che siamo costretti a sopportare ogni volta che utilizziamo Windows - portò al pensiero del “sorgente aperto” (open source), intendendo in quel modo l’identificazione di soggetto e oggetto al fine di permettere ad ogni sviluppatore di evolvere e perfezionare l’idea originale, fino a quel momento considerata intoccabile e “proprietà unica” del suo creatore. Questa trasformazione, che è una vera e propria rivoluzione filosofica e culturale, permise un’evoluzione del pensiero rivolto finalmente alla collaborazione e allo sviluppo globale, cambiando radicalmente il rapporto tra uomo e qualità e permettendo il raggiungimento di obiettivi fino a pochi anni fa considerati impensabili, al punto che gli stessi governi se ne fanno oggi promotori e finanziatori (es. Free Software Portal dell'Unesco).

Quanto ci hanno aiutato in questo i “Grandi Maestri” del passato? Io credo molto, e con buona pace di tutti i sedicenti “progressisti” che vedono nella filosofia una inutile e noiosa scienza “sui generis”.

E’ indubbio che ognuno scelga i maestri che preferisce e maggiormente ama. Io per esempio ad alcuni dei citati in precedenza, sperando non sia un delitto, preferisco nomi come Prévert, Neruda, Burroughs, lo stesso Russell, anche Kant, senza mai comunque rifiutare a priori nessuna espressione di pensiero, ed altri ancora, come i pensatori di cui vi citerò qui di seguito alcuni passaggi che ritengo particolarmente interessanti per la comprensione del mio “punto di vista”.

Henri Bergson, probabilmente un altro premio nobel “sui generis”, distingueva proprio tra realtà inerte e vivente e scrisse “L'evoluzione creatrice e il risveglio della coscienza individuale” in cui affermava che la metafisica dipende dalla teoria della conoscenza e “la coscienza appare il principio motore dell'evoluzione” e ancora “mutamento continuo, conservazione del passato nel presente, vera durata, questi attributi sono effettivamente comuni al vivente ed alla coscienza; si potrà andar oltre e affermare che la vita, come l'attività cosciente, è invenzione, creazione incessante”. Egli ci spiega inoltre che “la vita, sin dalla sua origine, è la continuazione di un solo e medesimo slancio che si è diviso in linee d'evoluzione divergenti. Qualcosa è cresciuto, qualcosa si è sviluppato attraverso una serie di aggiunzioni che sono state altrettante creazioni... le cause essenziali che operano lungo tutte queste varie strade sono di natura psicologica”.

Per Bergson l’intuizione è l’essenza dello spirito e “la filosofia ci introduce nella vita spirituale, ed al tempo stesso ci mostra la relazione fra la vita dello spirito e quella del corpo. In verità la coscienza è essenzialmente libertà, è la libertà stessa”.

Curiosamente egli utilizza il termine “escrescenza” non come accezione negativa, bensì come “un germoglio che il vecchio germe sviluppa, nello sforzo di trasfondersi in un germe nuovo”:

Il leggendario Georges Ivanovitch Gurdjieff invece fu un pensatore originale che separava il percorso evolutivo dell’uomo in 7 categorie collegate (istinto, sentimenti, ragione, coscienza, io permanente, intelletto oggettivo, sapere oggettivo) e diceva “l'uomo che ha raggiunto il completo sviluppo possibile è composto da quattro corpi” indipendenti aventi tra loro una relazione e capaci di azione indipendente, corpo fisico, naturale (astrale secondo la terminologia teosofica), spirituale (mentale),  divino (causale). Per certi insegnamenti orientali, il primo è la carrozza, il secondo è il cavallo, il terzo il cocchiere e il quarto è il padrone.

Egli oltre un secolo fa già paragonava l’uomo moderno a “una casa senza padrone piena di servi dove continuamente ognuno di loro cerca di essere il padrone”.

Gurdjieff sosteneva “noi viviamo in un sogno, con le nostre attese, le nostre aspettative, e se ci ricordiamo che stiamo sognando abbiamo qualche possibilità di svegliarci. Sogno significa che noi pensiamo di essere quello che noi siamo, il nostro livello di cultura e di civiltà vive di illazioni, di fandonie, di luoghi comuni, di inesattezze che noi chiamiamo la nostra cultura, la nostra storia. Tutto questo in grandissima parte è falso come i valori, giudizi, attitudini e chi ha il coraggio di dirlo apertamente esce dal gregge, viene additato come un matto ghettizzato, perché affronta direttamente la mente collettiva dicendogli la verità”.

Aurelio Penna aggiunge un punto di vista, parlandoci dell’evoluzione umana secondo il gesuita Teilhard de Chardin, ricordandoci che “se vi è per l'umanità un ambito nel quale tutto dovrebbe risultare immutabile, tale è, almeno a prima vista, quello della religione”. Invece è proprio sul terreno religioso che si assiste alle più macroscopiche e pervasive forme di evoluzione.

Ciò accade a vari livelli: teologico, strutturale, personale. Un esempio del primo lo troviamo nella Bibbia, che è un insieme eterogeneo di varie decine di libri, scritti da autori diversi nell'arco di circa 1200 anni. In essa è possibile rilevare significative evoluzioni del pensiero teologico, a proposito della stessa concezione di Dio, dell'uomo, come pure del destino di questi dopo la morte. Un esempio di evoluzione strutturale lo rileviamo dalle varie espressioni con le quali si è concretizzato il cristianesimo, dal cattolicesimo all'ortodossia, al protestantesimo, con mutamenti sostanziali nella concezione dell'autorità e della natura della Chiesa stessa. Un principio evolutivo è poi reperibile in modo palese nelle microstorie dei singoli credenti. Pensiamo al Buddhismo, nel quale l'uomo, attraverso una successione di reincarnazioni, giunge a concludere la propria parabola nel nirvana. Pensiamo in genere a tutte le religioni, nelle quali la dimensione del misticismo apre le porte ad un progressivo affinarsi della spiritualità dell'individuo, che nei casi estremi giunge a svaporare nell'infinitudine del Tutto.

Proprio Teilhard sviluppò il suo pensiero su tre differenti livelli evoluzionistici: scientifico, filosofico (…), teologico. In particolare trovo interessante questo passaggio sul terzo livello teologico che gli valse un esilio da “separato in casa” col Vaticano, secondo quanto detto da Gurdjieff sul gregge e i matti ghettizzati: “La fede in Cristo diventa sorgente di energia inesauribile, che aiuta a compiere la scelta positiva per la "grande opzione" a favore di una collaborazione cosmica. Il tradizionale e statico concetto biblico di creazione viene dilatato a quello di trasformazione creatrice, mentre si impone un ripensamento della concezione del male (come espressa simbolicamente nel racconto del peccato originale). Anche la cristologia viene vista in un'ottica nuova; la redenzione non è più tanto un'espiazione sulla croce per le colpe commesse dall'uomo, quanto piuttosto una divinizzazione dell'uomo e del creato”.

Ne consiglio vivamente la lettura, soprattutto a chi dice che “non c'è libertà, non esiste, credo sia meglio farsene una ragione, viviamo legati nei vincoli di ogni genere di cosa, primo fra tutti, la morte”.

E parlando di orientali, cosa dire di Osho, il “Mai nato - Mai morto”, il sostenitore dei “tre livelli sotto e dei tre livelli sopra la mente cosciente”, che in un’intervista  di Nitamo Montecucco (in "scienza e meditazione", Oregon, USA, 1985) dichiarava “Il termine inconscio è stato usato per la prima volta in Occidente da Sigmund Freud. Costui non sospettava nemmeno che in Oriente, nelle nostre antiche scritture, parliamo di questa idea dell'inconscio da 5000 anni almeno. Quindi Freud pensava di aver scoperto qualcosa di nuovo. Jung poi scoprì che se vai più in profondità nell'inconscio troverai l'inconscio collettivo. Anche di questo siamo stati consapevoli per secoli”.

Io credo che chiunque parli di psicologia dovrebbe prima quantomeno studiare, con umiltà e non con saccenza, affermazioni come “La psicologia sarà una scienza completa e totale quando comprenderà tutti i sette livelli dell'uomo” e chiedersi se siamo davvero così preparati per chiamare con disprezzo “psicotuttologia” ogni tentativo di “andare oltre” una scienza ghettizzante che in occidente studia soltanto le persone malate.

Potrei andare avanti per ore su questi argomenti, ma credo di avervi forse annoiato abbastanza e quindi terminerò con le parole di un altro grande maestro: sì, proprio “lui”, Friedrich Nietzsche, di cui Osho amava commentare brani identificandosi in Zarathustra per le affinità tra “uomo nuovo” e “superuomo”,  il cui punto di vista bipolare dell'antichità classica (Il tu è più originario dell’io, «ethos» e «pathos», Apollo e Dioniso), e non solo,  affascinò Jung e Warburg, chiedendomi e chiedendovi se non sia il caso di rileggerlo, con qualche preconcetto in meno e “in un’ottica” più filosofica,  sperando che (almeno lui), per qualcuno, non sia “sui generis”:

Guarda i credenti di tutte le fedi! Chi odiano essi massimamente? Colui che spezza le loro tavole dei valori, il distruttore, il delinquente - ma questi è il creatore.

Compagni per il suo viaggio cerca il creatore e non cadaveri, e neppure greggi e fedeli. Compagni nella creazione cerca il creatore, che scrivano nuovi valori, su tavole nuove.

Compagni cerca il creatore, tali che sappiano affilare le falci. Distruttori li chiameranno e dispregiatori del bene e del male. Essi invece sono i mietitori che celebrano la festa”.

Tante parole ho scritto in queste pagine, per “celebrare la festa”, e tante se ne scriveranno ancora. Spero con esse di aver almeno chiarito meglio il mio pensiero.

Adesso però mi chiedo, dopo aver scritto queste umili considerazioni che verranno forse ignorate dai più e da altri probabilmente criticate, se non sarebbe bastato in fondo prendere il dizionario e leggere la definizione di “trasformista” e “evolutivo”:

Trasformista= 1) seguace del trasformismo, nel significato biologico sinonimo di evoluzionista 2) Chi pratica il trasformismo in politica soprattutto nel significato deteriore e più recente della parola 3) comico specializzato nell’interpretare successivamente più macchiette diverse, mutando con rapidità il travestimento.

Trattandosi di simbologia e poesia, non di politica, né probabilmente di biologia anche se si potrebbe discutere su questo, direi che il punto 3) potrebbe essere il più appropriato e simpatico, inteso il termine come aggettivo sostantivante.

Evolutivo= 1) Nel significato proprio, inteso “di evoluzione”, cioè di svolgimento, sviluppo, spiegamento; quindi movimento ordinato a un fine. 2) nel linguaggio militare, movimenti di truppe, navi e aerei che cambiano ordinatamente la loro posizione… 3) di ogni processo di trasformazione, graduale e continuo, per cui una data realtà passa da uno stato a un altro – quest’ultimo inteso generalmente come più perfezionato – attraverso cambiamenti successivi: secondo un modo di concepire la natura affermatosi alla fine del 18° secolo sulla base di ipotesi cosmologiche (ipotesi di Kant-Laplace sull’origine del sistema solare, v. Laplaciano) e di teorie sull’origine e la trasformazione delle forme viventi (trasformismo, teoria della discendenza) si è cercato di spiegare in termini di evoluzione i fenomeni cosmologici, chimici, biologici e antropologici, passando dalla scienza alla filosofia della scienza e alla metafisica (evoluzionismo). In tal senso il termine si contrappone sia a “permanenza” sia a “rivoluzione”.

A me, piace moltissimo la definizione del punto 3), pur non rifiutando la 1). Non fu scritto infatti “evolvente” o ancor peggio “evoluto” o evolvibile”.

Tutto il contrario insomma del “revisionismo”, che è tendenza, volontà e intenzione di modificare, e non possibilità, confronto, dialogo e verifica di “fattibilità”.

 

Sì, forse il dizionario sarebbe bastato.

 

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