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È l'ultima domenica precedente il Natale e in piazza il fermento si manifesta ovunque. Non un solo angolo può dirsi abbastanza largo da permettere ad un piccolo gruppetto di fermarsi a chiacchierare. In molti si guardano intorno alla ricerca di un po' di spazio senza successo. Sotto i portici, lungo la riva del fiume,  bar e pasticceria hanno impegnato le aree a loro riservate con i tavolini che a quell'ora sono già tutti occupati. I funghi per il riscaldamento esterno spandono un caldo tepore, invitano piacevolmente gli avventori ad intrattenersi, mentre due giovani donne si aggirano tra di loro, offrendo fiori colorati, scegliendoli dai cesti che portano al braccio.  Dal centro della piazza, dalla cima di un lungo palo ancorato a terra, si dipartono a decine e decine i fili delle luminarie colorate. Attraversano lo spazio fino al porticato che circonda il grande anello alberato del piazzale, rilucendo incessantemente e lampeggiando come lucciole estive. Sotto di esse le persone camminano senza fretta chiacchierando, chi amabilmente, chi agitando freneticamente le braccia e le mani. Alcune, senza compagnia, si guardano intorno con curiosità.

La sera è appena iniziata, gli orari di chiusura dei negozi sono stati posticipati di un'ora e mezza per permettere ai ritardatari di provvedere agli ultimi acquisti. Nessuno dà segni di impazienza. Accanto all'edicola di Celeste una statua bronzea fa bella mostra di sé. Sta ritta sopra un piedistallo apparentemente di pietra, leggermente china in avanti porta un cappello floscio e gli occhi brillano stranamente. Le braccia stese nell'apparente desiderio di cingere qualcuno.

Celeste, dal canto suo, ogni tanto sbircia quella strana scultura fingendo un'indifferenza che non prova, distraendosi solamente per dar retta ai clienti.

Sotto l'obelisco un ragazzino dai capelli crespi e la pelle  color del cuoio lancia in aria morbidissime gelatine colorate e fluorescenti. Esse ricadono al suolo formando macchie irregolari ma subito si ricompongono nella massa che le ha generate. Il giovanetto guarda i passanti con la coda dell'occhio per individuare quanti se ne fermino incuriositi da quella strana mercanzia. Allora allunga una mano e offre il suo prodotto. I bambini, con le facce stupite, guardano supplichevoli i genitori.

Al di qua del ponte sopra il fiume un uomo, seduto su uno sgabello di legno, suona la sua fisarmonica, intonando un tango che scivola sulle note e s'insinua struggendo il cuore e la mente dei passanti.  Lui suona con molta concentrazione e sembra non accorgersi della moltitudine di persone che gli sfila intorno, da sotto le arcate sopraccigliari, in realtà, sbircia curioso e fiero della sua musica.

Solo pochi momenti e le mani volano sullo strumento scatenando il ritmo più incalzante di una milonga.

Alcuni si fermano e ascoltano incantati.

Improvvisamente un brusio si alza dalla folla che riempie ogni angolo, portando con sé, in un baleno, lo scompiglio.

Il vociare cresce sempre più forte e, infine, alcune grida sovrastano tutto quel fracasso: "Fermatelo, al ladro, al ladro..." Chissà perché, nel corso del tempo, ha preso piede questa formula con cui attirare l'attenzione e non c'è verso che alcuno usi un'espressione differente!

Ma questa è un'altra storia.

La gente inizia a spostarsi con maggiore velocità e alcuni si lasciano prendere dal panico. Spintoni, scivoloni sul selciato ghiacciato e irregolare del pavé, una bambina piange tra il fuggi fuggi generale, rischia di essere travolta.

Finalmente una sirena inizia a fischiare e lentamente si fanno largo in tutto quel caos due motociclisti della locale con le loro moto cromate.

Gridano per farsi sentire e cercano di calmare la folla che sembra non volerne sapere. Cominciano a chiedere in giro cercando qualcuno che possa dire cosa sia accaduto. Un uomo si avvicina, cammina lentamente guardando fisso davanti a sé. In mano ha una lunga asta bianca che agita lentamente toccando, con brevi colpetti, l'acciottolato davanti ai suoi passi. "Sono io, agente, sono io il derubato..." dice continuando a guardare fisso in direzione degli agenti che gli si avvicinano estraendo un taccuino e una penna per prendere appunti e generalità.

"Ho sentito chiaramente una mano infilarsi sotto la mia giacca e prendere il portafogli dalla tasca, non è per il denaro, agente, non ne avevo molto con me. Si tratta delle lettere di mio figlio, lui  vive in Cile, ha imparato a scrivere in Braille dopo la disgrazia e tutto quello che so di lui è scritto in quelle lettere. Sono disperato, devo riaverle a tutti i costi, posso dare una ricompensa a chiunque mi aiuti a ritrovarle."

Gli agenti ora si stanno guardando pensierosi, come avrebbero potuto spiegare a quel tipo che non sarebbe stato molto semplice riavere il suo tesoro?

Nel frattempo, avendo udito parlare di ricompensa, si fa avanti un personaggio inquietante, il suo aspetto ricorda una statua bronzea! Ma! Questa si muove! Si  dirige verso i due agenti affermando di avere assistito a tutta la scena, però, prima, vorrebbe vedere la ricompensa, altrimenti non avrebbe snocciolato una sola parola! Dietro di lui, diafana e imbacuccata nel piumino rigonfio, Celeste sbircia con gli occhi spalancati.

Gli uomini in divisa si guardano interrogativamente e rispondono di mettersi di lato e di aspettare nel frattempo che loro  cercano altri testimoni del fatto. Le due donne con le ceste di fiori, intanto, cominciano a cantare una nenia in una lingua sconosciuta ai più e, ammiccando tra loro, sorridono teatralmente. Alcuni avventori chiamano i tutori dell'ordine sottolineando l'atteggiamento sospetto delle signore in questione ma questi, già palesemente seccati, rispondono: "Va bene, va bene signore. Mettetevi in fila per essere ascoltate."

Nel frattempo gli astanti si guardano intorno alla ricerca di altri testimoni e, prima in sordina poi sempre più forte, si fa strada una melodia seguita dal suo esecutore, il tizio con la fisarmonica. Stavolta il suono della musica è il dirompente susseguirsi di note d'una marcetta. Giunto ad un passo dagli uomini in divisa, si ferma, si guarda intorno, sghignazza e fa cenno col dito sulle labbra di fare silenzio.

A questo punto gli uomini in divisa, spazientiti da tutti quegli improvvisi testimoni, decidono rassegnati  di spostare tutti sotto i portici per raccogliere le testimonianze. Lì, almeno, si potrà usufruire del tepore emanato dagli alti funghi presenti. Ognuno accoglie la proposta con molto entusiasmo, incamminandosi nella direzione indicata. Solo pochi passi e una voce squillante  risuona al di sopra di ogni altro clangore:

"Ehi! Aiutatemi, presto, muovetevi che scappa. L'ho legato con la corda ma non credo che basterà."

Tutti si girano. Si tratta di un ragazzino con i capelli crespi, la pelle color del cuoio e una fila di bianchissimi denti dietro un ghigno preoccupato, si sta sbracciando per indicare qualcosa poco lontano  da sé e quel qualcosa sta lì per terra, si divincola come una biscia calpestata, tenta di sollevarsi ma i legacci alle caviglie e ai polsi glielo impediscono.

Sono tutti esterrefatti.

La figura bronzea improvvisamente sbianca sotto la vernice e la dolce Celeste dietro di lui, già di per sé bianca, ha un moto di delusione lascia cadere le spalle e tutto il corpo si  affloscia. Il fiero musicista sgrana gli occhi e non crede alle proprie pupille, pregustava un breve teatrino per farsi un po' di pubblicità, quell'accidenti di ragazzino gli sta portando via la scena!

Ma ciò che turba maggiormente gli astanti sono le due donne con le ceste di fiori che appena compreso l'accaduto lasciano cadere i loro fardelli fioriti e se la danno a gambe levate, mostrando un'agilità fino a quel momento impensabile considerato l'abbigliamento zingaresco sotto i lunghi cappotti imbottiti!

I due della locale  strabuzzano gli occhi increduli e si avvicinano al ragazzino, uno riprende il suo ruolo ed estrae ancora taccuino e stilo, l'altro si dirige svelto verso quel  lombrico che continua a divincolarsi sperando di riuscire a tagliare la corda. Un minuto soltanto e le manette artigliano i polsi del malcapitato e, guarda un po'! Divincolandosi gli è scivolato a terra un porta-fogli gonfio da cui spuntano gli angoli di alcune buste.

Il ragazzino, finalmente soddisfatto che la sua fatica non sia stata vana, si guarda intorno sorridente e compiaciuto.

L'agente col taccuino a questo punto lo apostrofa incredulo che uno smilzetto tutto ossa e pelle come lui sia riuscito ad atterrare quel dinoccolato alto almeno un metro e novanta.

"Allora giovanotto, come sei riuscito a mettere ko quel tizio?"

Lui, lo smilzetto, gongolante per il successo ottenuto ma, soprattutto, per l'attenzione che lo circonda, comincia a narrare.

"Eh! Agente, io stavo mostrando la mia roba ai passanti, ai bambini, perché sa, a loro ci piacciono i giochi strani..."

"Giovanotto, lo sai che non puoi vendere 'sti affari per strada?"

"Eeeehhh! Agente e chi li vende? Io stavo lì a mostrare come si fa, mica compra nessuno."

"Vabbè, andiamo avanti... E poi?"

"Eeehhh! Eh poi quello là mi è passato vicino correndo come un pazzo, correva quasi quanto me quando... Ehm, si voglio dire che correva forte!"

"Ok, correva forte, dove si stava dirigendo?"

"Dirigendo? E chi è dirigento, agente?"

"Avanti, giovanotto, dove stava correndo?"

"Aaaahhhh! E potevate dirlo prima, no?" dice rabbuiandosi  e temendo di essere stato preso in castagna!

"No, non andava da nessuna parte, andava dritto per di là!"

"E poi?"

"E poi... Poi mi sono accorto che ha pestato una delle mie palle di gelatina, quello str...! Così ho mirato e gli ho tirato dietro una fiondata di quelle altre, quelle che tengo nelle tasche, sa, per i bambini!"

L'agente, fingendo di non capire, lo guarda incredulo.

"Ma tu vuoi dirmi che lo hai catturato con un lancio di gelatina?"

"No agente! Non mi permetterei mai, questo lo lascio fare a voi!" Sghignazzò tra i denti. "È che lui si è tutto scompisciato, quella roba che gli camminava dentro il collo e correva giù per il maglione, chissà... Forse si è preso strizza, boh!"

"Si è preso strizza, eh?" riprese l'agente con fare inquisitorio.

"Ma si, dottore, ha cominciato a saltellare come un grillo, io rivolevo la mia roba ma quando mi sono avvicinato ha tentato di svignarsela e rubarla, per questo mi sono incazzato e gli ho messo le mani addosso. Non si deve rubare, vero agente?"

L'agente, oramai, a stento nasconde una risatella fuori luogo.

"Così ho preso lo spago che tengo sempre con me, sa, non si sa mai, tutto può servire..."

"Eh già," dice l'agente "tutto può servire..."

"Beh! Insomma, stavo lì che non sapevo cosa fare, mi giravo intorno per decidere, vi ho visto e sono venuto a chiamarvi! Dovete metterlo in galera, non si rubano i giochi ai ragazzini!"  

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