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Scritto da Gianfranco Pasanisi. Pubblicato in Prosa il 12 Apr 2017.
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Disteso supino sulla branda della sua cella, Marino guardava oltre le sbarre della prigione.

Uno spicchio di luna rischiarava lo screzio sfumato di una nuvola grigia, bigia come quella mai rarefatta della sua anima turbata.

Si affacciava alla mente il nebuloso scenario di una guerriglia urbana combattuta tra la nebbia giallastra dei gas lacrimogeni e la luce fumosa dei lampioni della città metropolitana.

Rievocava la voce indistinta dei suoi compagni: «Lancia la molotov… Recupera il lacrimogeno inesploso, rigettalo agli sbirri. Eccoli, arrivano i bastardi in divisa. Prendete le biglie, i bulloni, le fionde, le catene.»

Le immagini incalzavano, si frantumavano, si accavallavano e dilaniavano il suo essere nel rivedere lo scenario apocalittico della lotta armata: un boato, cassonetti incendiati, auto in fiamme, urlo prolungato di sirene, vetrine in frantumi, segnali stradali divelti.

Riecheggiavano gli ordini impartiti dal funzionario di Polizia ai suoi uomini: «Formazione a testuggine, avanzate… Compatti! Brandite gli sfollagente, battete forte il passo, tromboncini in posizione di sparo, non isolatevi, tenete pronti i lacrimogeni.»

Giungeva l’eco lontana di una voce a lui nota, assimilata in anni di militanza: «Avanzano, i bastardi! Scaglia quella transenna, fai esplodere la bomba. Fuori la P38… Spara, spara! Uno sbirro si è accasciato... È ferito.»

Sull’altro fronte tremolanti parole convulse impastate di dissimulata paura: «Soccorrete il collega. Siate compatti. Non vi isolate. Presto, l’autoambulanza. Caricaaa!»

Poi il ricordo di uno scontro diretto e di un’amara sorpresa: aveva riconosciuto in quel poliziotto languente sull’asfalto il suo amico d’infanzia.

Era lì a due passi da lui, così vicino da poter leggere l’angoscia dei suoi occhi imploranti.

Marino non era riconoscibile, aveva il casco. Allora via, a far finta di nulla. Egli aveva sparato, egli aveva colpito l’amico, ma non poteva farsi scoprire.

Quelle figurazioni inquietanti erano da qualche tempo il suo tormento e si presentavano con le tinte scure della sua solitudine ossidata in una cella d’isolamento troppo dura da sopportare.

Come può la verità presentare due facce? Ciò che allora era sembrato condivisibile era diventato col tempo il suo supplizio.

Aveva legittimato azioni esecrabili con la suggestione ideologica della lotta armata mentre ora la resipiscenza gli mostrava la visione chiara della crudeltà delle sue azioni criminali e la coscienza gli presentava il conto da pagare: l’onta e l’immagine struggente di un amico morto ammazzato sull’asfalto di una grande città.


Gianfranco Pasanisi

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