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Scritto da Gianfranco Pasanisi. Pubblicato in Prosa il 17 Gen 2017.
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Si erano conosciuti al castello avito di lui, appartenuto in origine all’arcavolo Piergiorgio Francesco Maria Lambertucci-Martini dei Marchesi di Casanova, Conte di Stuppigi e Barone di Cannasecca.

Lei era una fantasmina assai carina, un ectoplasma dalla figura eterea e dall’incorporeità fine e delicata.

In vita non era stata di nobile lignaggio. Figlia del cocchiere del castello, aveva però ricevuto un’istruzione e un’educazione tali da renderla nei modi raffinata e gentile.

Lui, una sorta di fantasmone aitante e fiero, era stato un baldo condottiero nella guerra delle tre capre, intrapresa in seguito al furto delle ruminanti che pascolavano nei pressi di un caprifico posto al confine tra la proprietà dei nobili Lambertucci-Martini e i possedimenti del Principino Pastorino–Colucci.

I due si erano innamorati a prima vista. Con i loro occhi fatui si erano lanciati sguardi appassionati… Ed era stato subito amore.

Insieme ne avevano fatte di cotte e di crude, terrorizzando gli anziani abitanti del castello con perfidi folleggi e fantasiose trovate ma, col procedere del tempo, non provando più alcun diletto in tali trastulli, spesso giacevano annoiati e sbadiglianti sul vecchio duetto in rovina.

Un bel giorno, stanchi della solita vita, stabilirono di traslocare in un appartamento vuoto che fosse a loro appropriato e rispondesse alle esigenze di una giovane coppia secolare, desiderosa d’intimità.

Ebbero notizia che a Roma era stato confiscato a un impudente politico, corrotto e truffaldino, uno spazioso appartamento situato in un vecchio palazzo del centro.

Non visti, decisero d’insediarvisi, tanto a Roma a occupare abusivamente gli alloggi erano in molti e tutti restavano impuniti.

Nottetempo… Era da un bel po’ scoccata la mezzanotte, traslocarono armi, quelle di lui e bagagli quelli di lei, nella vecchia ma elegante dimora.

Soddisfatti, aprirono le finestre per godere del panorama dell’antica città.

L’incantevole vista notturna di Roma accese in loro l’antico ardore e fece vibrare i loro sensi perché, se non lo sapete, anche ai fantasmi si agitano le sensazioni… E come sbatacchiano!

I raggi indiscreti di una luna piena illuminarono la pancia della bella fantasmina. In trasparenza si notò un esserino citoplasmatico (si dice così dell’embrione di un fantasma?) di un tale nitore da fare tenerezza a vederlo.

Intanto nel cielo Selene rischiarava un ricciolo ovattato di nuvola.

«Mi piacerebbe che il nostro bebè somigliasse a quel batuffolo lassù» disse la fantasmina al suo amato, indicando un cirro lontano illuminato dall’astro d’argento.


Gianfranco Pasanisi

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