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(Quando scrivevamo così sul web. Per ricordare)

Titolo: empiriocriticismo, astri e oulipo.

Sottotitolo : la mia idea di vita e poesia e l’espressionismo istantaneo.

Genere: articolo/opinioni, saggistica.

Dedicato: a Francesca Sias e a chi non fa della cultura il prolungamento del proprio io.

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L’idea di “affermazione e dubbio” è insita nella coscienza individuale e componente primordiale di ogni approccio tematico. In una concezione “meteopoetica” della trascendenza essenziale esiste, o forse sarebbe più corretto dire “domandiamoci se esiste”, un viaggio di consapevolezza dall’Es al Sè attraverso la poesia così come attraverso la simbologia astrologica delle carte del cielo. Parimenti esiste, o domandiamoci “se esiste”, un vaneggiamento parabolico che spazia dalla matematica alla poesia estrapolando surrogati filosofici sulla base di semplici e scolastiche regole elementari.. Perché “se esiste”? perché davanti ad un’affermazione anche inconfutabile o un dubbio pur erroneo, questa apparente contrapposizione lascia aperto un varco oltre il quale tutto e il contrario di tutto sono possibili e l’attesa che ne scaturisce è l’argomento che trattiene il seme della vera arte. Il fascino dell’osservazione e il conflitto sono elementi di questo argomento, ma ce ne possono essere tanti altri. Bianca Pescatori è un personaggio singolare e  attento alla Pura Coscienza ed espresse le sue opinioni in una conferenza tenuta presso l’associazione di psicologia transpersonale nel marzo 2003. Alla domanda su  come possa collegarsi la Realtà Ultima del cosmo all’empiriocriticismo, agli astri e all’oulipo, può essere utile per fare chiarezza l’intuizione propostaci da Rudhiar, uno dei più grandi astrologi del XX secolo: la rappresentazione del Dharma in una realizzazione consapevole. In sintesi questo musicista, metafisico e filosofo fondò sulla sua idea di consapevolezza l’astrologia umanistica e solistica,  proponendo una lettura dell’essere come un compito assegnato, o scelto, a (o da) l’anima prima della sua incarnazione. Io non sono del tutto d’accordo con questa interpretazione.

L’intuizione dell’esistenza dell’Es che si lega all’esperienza upanishadiana del Sè “non più grande di un pollice nel cuore degli uomini” propone una dimensione esperenziale dell’ottica transpersonale nello svolgimento del grande schema universale. Base e altezza delle coordinate temporali dell’istante afferrabile, questo schema è anche sfuggente allegoria di se stesso. Non vedere, o far finta di non vedere, questo incastro istantaneo nel suo perenne ripetersi è come comporre una musica per poi scriverci sopra delle parole, così come succede oggi nella commercializzazione di un prodotto preconfezionato e di richiamo fine a stesso ma di rilevante valore produttivo. Operare in questa maniera apre interessanti soluzioni commerciali o può servire ad affermazioni rumoreggianti del proprio io, ma non è mai vera opera d’arte. Rudhiar ci dava una regola per spiegare le sequenze successive, ma la regola non era dimostrabile così come sarebbe potuto essere se fosse stata dimostrata l’esistenza e l’opera di chi ne aveva creato i presupposti esistenziali. Perché nel gioco degli scacchi la pedina può solo andare avanti? Perché altrimenti non sarebbe il gioco degli scacchi. Io rifiuto questa visione del mondo. E’ indubbio che se Livingston fosse vissuto dentro una gabbia non sarebbe mai diventato un best-seller. La condizione base era che potesse volare. Sicuramente le sue continue esercitazioni hanno permesso la mistica valorizzazione della sua stessa esistenza. Ma la felicità non nacque, e non nasce, dal superamento dei limiti ai quali si sostituiranno sempre dei nuovi limiti in un gioco perverso e frustrante, ancora più frustrante nella sua perpetua autoesaltazione. La forza del messaggio era il raggiungimento dell’armonia globale con l’immensità. Così come volare in una gabbia, anche spacciare un’esercitazione linguistica, pur di pregiatissimo livello, per una poesia o un’opera artistica costituisce inganno verso i propri e gli altrui ideali. Si possono dare delle basi complementari e ulteriori alla flessibilità di pensiero e analisi usando i più svariati criteri matematici  e “contorsionistici”, sicuramente utili alla creazione, ma non è mai vera creazione. La mia idea di poesia è che essa più di qualunque opera sia fusione di musica e parole talmente integrate e allo stesso istante partorite da non permettere mai di capire dove finisca una e cominci l’altra. Vincolarla a criteri e dogmi ideologici o giochi e anagrammi può essere geniale acrobazia e allo stesso tempo poesicidio spietato. La poesia si libera con un soffio e decolla senza motore atterrando senza rumore, ma soprattutto non si può pennellare casualmente come delle spruzzate informi su una tela, essa deve avere un senso compiuto e chiaro ed essere comprensibile ai “semplici comuni mortali” anche nella sua eventuale parvenza di ricercato mistero. L’arte non interpretabile non è arte e sovente resta egoistica sopraffazione e semplice affermazione del proprio ego. Ci fu un passato non lontano nel quale sedicenti artisti si esercitavano dipingendo quadri neri e puntini e sedicenti intenditori li acquistavano e vendevano per cifre enormi. C’era persino chi vedeva in essi chissà quali “strabilia”. Io credo che un quadro nero sia solo nero e un puntino sia solo un puntino.

Può sembrare strano ad esempio che una persona con un pseudonimo come il mio non ami le sequenze palindromiche. Ma una cosa è un’anima allo specchio, un’altra cosa è la fusione speculare e forzata di due mondi con la presunzione che solo chi ne è l’artefice ne abbia il controllo e il “potere”. Trovo questa un’idea arcaica del dominio che nasconde in sè una debolezza congenita.

Recentemente lessi un forum interessante nel quale si rischiò il litigio per mia colpa e per l’eccessiva reazione di alcuni partecipanti. Mi infastidii perché nessuno aveva risposto, né aveva risposto ad un’altra persona prima di me alla stessa domanda. La questione era chi mai fossero gli oplepliani. Mi dissero che ero acrimonioso, ignorante e maleducato e mi astenni dall’esprimere ulteriormente le mie opinioni. Ora, è possibile che io sia un uomo con le sue debolezze, i suoi limiti e i suoi mutamenti di umore, che la lunga permanenza all’estero avesse “rallentato” all’epoca il mio italiano, è possibile che ci sia ancora qualcuno convinto che scrivere in italiano pò con l’accento invece che po’ con l’apostrofo sia un errore grave (indipendentemente dalla tastiera usata o dal correttore automatico ndr), così come è possibile che io non conoscessi per nulla gli oplepliani, volessi saperne di più e non capissi perché se ne parlasse come se fosse una realtà conosciuta al mondo intero. Non li conoscevo infatti, ma avevo sentito parlare degli oulipiens, termine assai diverso, ancor di più se pronunciato in francese, che identifica un determinato movimento culturale nato in francia  negli anni 60. Era successo al’inizio della mia lunga permanenza in quel paese. Ma non li ricordavo più e ora so perché. Li avevo cancellati dalla mia memoria perché non avevo dato loro all’epoca più importanza di quanto non ne avessi dato al mio preziosissimo quaderno di aste delle scuole elementari o ai solfeggi di musica in un conservatorio. Che sono spesso più faticosi, difficili e complessi che creare musica, beninteso, ma musica non sono e non lo saranno mai.

Ognuno di noi segue le scale e le esercitazioni che più lo appassionano e gli sono congeniali. Certamente non è detto che un “empiriocriticista” debba conoscere les oulipiens, così come non è obbligatorio che un oulipien conosca l’empiriocriticismo. L’uno o l’altro non impersonificano sicuramente un valore per differenziare fra di loro gli  esseri umani e ancor meno un artista. E’ mia ferma convinzione che possano solo differenziare un corso scolastico da un altro e abbiano significato solo a un livello formativo e non di scelta di vita artistica. Nessuno dirà mai infatti che uno studente di ingegneria sia più colto o meritevole di uno studente di lingue tibetane, non potendo sapere se il linguista finirà per lavorare in una compagnia petrolifera o l’ingegnere si trasferirà un domani in Tibet. Un’altra considerazione che mi viene da fare è che l’arte “profanata” ha spesso un gusto inconfondibile di universalità che non appartiene alle regole scritte né a quelle non scritte. Se è vero che “primum vivere deinde philosophari”, è altrettanto vero che accoppiando per esempio queste parole a una frase apparentemente banale come la bennattiana “forse vi sembrerà strano ma la ragione mi ha preso la mano”  crea un sapore magari stonato e dal retrogusto vagamente contaminato ma sicuramente inconfondibile e reale. Direi che ne aumenta la “profondità” del messaggio se non temessi di essere accusato di “semplicioneria”. E qui è il punto principale. La ricerca di una strada nei condizionamenti dei dualismi nel periodo nel quale viviamo, siano essi l’Es o il Sè o il rosso e il nero, riportano l’uomo a una semplificazione primordiale ed univoca di sfida e ci  conduce a dimenticare l’ampiezza degli spettri che compongono l’universo culturale. E’ evidente come le “contraintes” (le chiamerò “costrizioni” d’ora in poi, essendo la corretta traduzione italiana del termine), le costrizioni di ogni genere siano di arricchimento continuo alla letteratura contemporanea forse più che nel passato e che senza di esse tecniche come il cut-up o le diverse interpretazioni sulla scrittura creativa non avrebbero mai potuto vedere la luce. Ma è altrettanto vero che l’univocità di un’applicazione è utile nel momento stesso in cui essa viene abbandonata per un’altra applicazione.

In definitiva chi dualizza si limita e muore di cultura naturale.

 

I versi che seguono credo riassumano discretamente queste mie considerazioni.

 

Polvere del tempo

 

Arrampicati sulla giocheria

incuranti del divieto di volare

ridiamo delle vostre risate

perché quando ci avrete guardato

sarete solo polvere nelle nostre mani

guardiani e zimbelli enarmonici

del mio incontenibile

empiriocriticismo.

Esplodendo con voi

fra le brillanti reliquie

non saprete mai quanto

io vi abbia amato

mentre teneramente

vi affidavo al vento

per ritrovare insieme

l'armonia antica.

 

La giocheria sono i divertissements estremi del quotidiano e il divieto le delimitazioni imposte dal nostro modulo di vita. Dicevano i seguaci di Mach che il superamento della crisi di cultura ottocentesca ,che produsse geni come Einstein, non potesse prescindere da una presa di coscienza sfiduciante dei fatti così come erano ciecamente accettati dalla cultura positivista. L’ ”armonia antica” è oggi stravolta dal concetto di “esportabilità” del metodo che nella sua fantastica produttività dinamica nasconde anche il rischio dell’ ”esportabilità” del vizio. Chiarirò meglio questa mia idea. Tutto ciò che è esaltante può essere anche depravante: l’oulipo è francese e riportare in italiano le regole applicate in tale lingua a un brano è impossibile, così come tentare il vice-versa è utopico. Inoltre è sicuro che un ragazzo che gioca a basket allenandosi ore e ore al giorno a palleggiare e tirare di destro diventerà un ottimo giocatore adulto scoliotico. Questo è solo uno degli aspetti, ma il campo è troppo vasto per essere approfondito qui. Basti sottolineare ora che come i limiti fisici anche i limiti del cuore possono essere altrettanto subdoli. Gli “empiriocriticisti” avvertivano questi rischi che paradossalmente l’alfabetizzazione di massa, sulla quale scioccamente taluni ironizzano, aiuta a superare promuovendo quell’arricchimento necessario all’espressionismo istantaneo per potersi appunto esprimere con maggiore compiutezza, né più né meno come accadde alla fotografia quando la riduzione dei costi e la sua divulgazione popolare permisero nel tempo l’affermazione di talenti che non avrebbero mai avuto la possibilità di mettersi in evidenza.

Vi dirò infine perché non amo le “costrizioni”: esse diventano un rompicapo scellerato per chiunque si ponga a salvaguardia di una lingua con la logica e nell’ottica della sua “traducibilità” universale. Trovo anche sconcertante e curioso, ma solo in questa veste, che si definisca potenziale qualcosa che di fatto limita la sua stessa autodefinizione prestando il fianco a follie degeneratrici e irrispettose del senso primo di una lingua, che è quello di comunicare.

Un essere umano può divertirsi quindi a giocare ai cowboys e pellirosse, deve però essere pronto a liberarsi dal palo della tortura o morirà miseramente là dove certi pontefici della parola vorrebbero lasciarlo. Ritornando per esempio al gioco palindromico, un arcobaleno non è obbligato ad amare la pioggia che lo anima e la casualità di trovare una pentola d’oro sotto di esso non deve indurci a pensare che questa sia una regola e non una pia illusione. Così la casualità del senso compiuto in un palindromo non deve indurci a pensare che potremo vivere facendo il cercatore di arcobaleni, come in una scienza/strumento per l’organizzazione dei dati del senso potenziale, in una frustrante e inutile ricerca che si trasformerà presto in un incomprensibile e altrettanto folle giro di valzer. Quanto sostengo sul bifronte è estensibile alla maggior parte dei giochi ludolinguistici. Ecco perché sono convinto che adottare costrizioni mortifichi l’arte, la lingua e lo stesso essere umano.

La poesia è espressione di libertà e cosa c’è al mondo di più istantaneo e perenne dell’idea di libertà? Probabilmente soltanto la vita nella sua più Pura manifestazione di intelligenza universale, dove esplodere e ritrovarsi non è che un interminabile fluire di coscienze la cui energia accompagna da sempre ogni istante dell’esistenza. Ogni unica ed irripetibile esistenza, anche quella che “non sapremo mai”.

E’ questo sgorgare ininterrotto che mi fa affermare: io amo la poesia.

 

Se Es

(Cristiano Sias 2007)

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