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Racconto ispirato a una immagine fotografica

 

 

 

Elide si guardò intorno. Davanti agli occhi stanchi comparvero le immagini sfuocate della sua camera: l’unica scena in cui si svolgeva, forse, l’ultimo atto della sua triste esistenza.

Da più di un anno, ormai, era in uno stato di quasi totale immobilità, costretta a letto dal demone di un’incurabile malattia e quel passare in rassegna con lo sguardo smorzato gli oggetti della camera era come assecondare l’incedere lento del tempo.

Un armadio che col grande specchio rifletteva l’immagine del suo inesorabile degrado fisico, un vaso di ceramica con dentro fiori ormai appassiti, una bugia con una mozza candela, un comò, due comodini ed una poltrona rivestita da una stoffa dai colori sbiaditi erano, insieme ad altre poche cose, gli scarni arredi della sua camera da letto: inanimate presenze che, al pari di lei, erano prive di vitalità.

Pensava che anche la sua figura scarnificata dal male col tempo fosse divenuta un tristo pezzo d’arredo.

Poi rivolse lo sguardo verso l’unica fonte di luce naturale della stanza: una grande finestra dai vetri incorniciati da liste di legno a mo’ di scacchiera, come le sbarre di una prigione, la sua.

Aveva voluto che le imposte restassero sempre aperte, di giorno e di notte, perché quella finestra, oltre ad essere la metafora della sua condizione di reclusa, fosse anche la metafora della sua vita: l’orologio che scandiva il suo tempo.

Di giorno faceva da cornice alla statica visione della folta vegetazione del giardino, che al primo soffiare del vento si tramutava in uno stormire di foglie, in un agitarsi ondeggiante di rami e di siepi.

Quando giungeva l’alba col suo pallido volto e s’affacciava discreta, i sogni di Elide si dissolvevano nei tenui riflessi della sua luce che col passare dei minuti schiariva e s’accendeva pian piano di più vivi colori.

Dopo il tramonto quando i bagliori di luce rosseggiante si tramutavano nel grigio del calar delle tenebre, nella sua mente si addensavano fantasmi di solitudine e di sofferenza.

Il mondo esterno sbiadiva con la sua immagine prima sfumata ed indistinta, poi completamente oscurata dal buio.

La notte allora diventava il dominio di lisi pensieri, plasmati nella mente da cateratte di ricordi appannati dal tempo.

Ma quando riluceva la luna rischiarando d’intorno e i suoi raggi penetravano dai vetri con un tremulo bagliore notturno, dilanianti e struggenti s’affollavano le rimembranze di una vita d’amore, di ameni paesaggi, di tenerezze scambiate col suo uomo sotto un cielo cosparso di stelle.

Era là tra i riverberi crudeli di quella luce filtrata dai vetri della finestra, or fulgida, or smorta, or nitida, or opaca che si consumava la storia di Elide.

Col risveglio del sole si risvegliava in lei la speranza, col suo declinare subentrava la tristezza e l’amara consapevolezza di una vita anch’essa al tramonto. Ed Elide in alcune circostanze odiava quella finestra, perché aprirsi alla realtà le faceva male. Oltre quei vetri c’era un mondo in cui ella non poteva vivere. Chissà quando chiuderanno le persiane? pensò. E a quel pensiero un brivido di terrore le attraversò la schiena.

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