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Scritto da Carmen Cantatore. Pubblicato in Prosa il 25 Nov 2016.
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Era un mattino di quasi primavera. L'aria tiepida invitava ad uscire, l'ambiente polveroso della stanza, dove lavorava, sembrava soffocante e lei era impaziente di andare. Quando il suono della campanella avrebbe annunciato la fine delle lezioni, sarebbe tornata a casa di corsa, si sarebbe cambiata e si sarebbe diretta al fiume. E così fu. Prese al volo il suo vecchio mp3 e s'incamminò infilando gli auricolari. Il sentiero non era molto distante da casa. Articolando mollemente un passo dopo l'altro raggiunse l'argine aperto, la musica ronzava nella testa e liberò finalmente i pensieri, non più legati dalle incombenze del lavoro. Pian piano gli arbusti s'infittirono e divennero sempre più alti, le giovani gemme della nuova fioritura sbocciavano in ogni dove, l'acqua rifletteva il cielo terso e il sole spargeva piccole stelle sull'increspatura placida. Improvvisamente i suoi capelli rimasero impigliati in qualcosa, sentì tirare, forte... Cercò di girarsi per capire cosa stesse accadendo ma si sentì strattonare violentemente, i piedi inciamparono in un groviglio d'erba. Si trovò in ginocchio a pochi centimetri dall'acqua. Tentò di urlare, brevi grida soffocate dalla fatica di tener testa a quell'invasione disumana. Due enormi mani cominciarono a picchiare dove capitava e picchiando strappavano i vestiti. Nella lotta scivolò giù, lungo l'argine, le mani affondarono tra le piante acquatiche. Tentò di sollevare il capo per non finire con il volto sott'acqua. La forza bruta dello sconosciuto la soverchiava e, improvvisamente, ammutolì. Ogni fiato si esaurì dai polmoni, più cercava di gridare e più mancava l'aria per alimentare quelle grida soffocate e disperate. Sentì la pelle del corpo escoriata dal tessuto strappato con brutalità e l'acqua del fiume sommergere le narici. Avanzi di canne e pezzi di cortecce le trapassavano le carni indifese delle membra. Si divincolava come poteva per respirare e trattenere, allo stesso tempo, i pantaloni della tuta che scivolavano sempre più giù graffiando con il laccio la sua nudità inorridita. Sollevava i piedi per calciare lontano da sé quell'orrore corpulento, puzzolente di odori stantii. Un morso lancinante le attanagliò un polpaccio immobilizzandola ancora. I capelli sempre tenacemente avvinti a quella sudicia mano. Era sul punto di crollare, le forze si spensero come fiamma di candela al soffio del vento. Rantolava. L'immobilità la colse come un incubo, non sentiva più nulla, tutto intorno era silenzio, solo mani che oltraggiavano la sua femminile intimità. Ancora qualche sussulto la scosse, ancora qualche rantolo uscì dalla sua gola dove percepiva, gelido, il freddo di una lama. Poi tutto esplose, tra le sue snelle gambe un calore osceno spargeva un ritmo incalzante e ripugnante accendendo un dolore che lacerava ogni cellula, ogni piega, ogni sentire dell'anima e dello spirito smorzando definitivamente la sua capacità di combattere. Si sparse tutt'intorno ciò che ancora rimaneva della sua integrità interiore. E calò, pietoso, il buio della mente.


Carmen Cantatore

Autore: Carmen Cantatore

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Iniuriam qui facturus est, iam facit. (Seneca)
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Carmen Cantatore - ha risposto al commento n. 731 di Morgana
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