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Scritto da Gianfranco Pasanisi. Pubblicato in Prosa il 13 Nov 2016.
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Vi è mai successo, leggendo libri di storia, di essere catapultati con la fantasia sugli scenari dell’epoca narrata e che abbiate incontrato, come in un sogno, grandi personaggi del passato? A me è accaduto.

Il 28 Settembre del 64 d.C. mi trovavo a Roma. Da poco più di due mesi era stato domato l’incendio divampato la notte del 18 luglio e che in sette giorni aveva distrutto molti quartieri dell’Urbe. Poiché la presunta responsabilità di tale evento era stata attribuita all’imperatore Claudio Cesare Druso Germanico, detto Nerone, mi attivai perché il principe mi rilasciasse un’intervista.

Inizialmente l’impresa mi sembrò ardua ma, conoscendo la vanità dell’imperatore, cercai di solleticarla presentandomi come biografo e storiografo tramite un suo pretoriano, tale Julius Cassio, uno tra quelli che grazie all’intrigo di Agrippina, sua madre, lo aveva appoggiato  nell’ascesa al trono.

Fui fatto entrare al cospetto del regnante in Campidoglio, poiché il suo palazzo era andato completamente distrutto dal fuoco.

Mi si presentò davanti un uomo austero ma velato di una strana melanconia che a sprazzi assumeva un’espressione immatura ed eccentrica.

L’immagine del suo viso mostrava tratti tondeggianti: un mento prominente come il suo gozzo, un naso grosso, una riccioluta capigliatura lunga fino all’attaccatura del collo e lunghe basette.

Sedeva sull’estremità esterna del suo sedile, in posizione trasversale tenendo ben piantato per terra il suo piede destro.

La testa marmorea che oggi si può ammirare ai Musei Capitolini, come decretato dal senato dopo la sua morte a “damnatio memoriae”, rende molto credibili i tratti del suo  sembiante.

Dopo i primi convenevoli accompagnati dal saluto romano e dalla fatidica frase Ave Caesar, Nerone! da me pronunciata, mi fece segno con affabilità di sedere su un solium, una sorta di trono riccamente decorato con schienale e bracciolo, situato dietro un abaco.

Preso posto, stesi il mio rotolo di papiro e scrissi la seguente intervista:

 

D.: Divino Nerone, ad perpetuam rei memoriam[1], vorremmo conoscere le vere circostanze dell’incendio del 18 Luglio. Dicunt, absit iniura verbo[2], che la responsabilità di quell’incendio sia tua.

 

Alla domanda mi guardò con simulata incredulità poi così rispose.

 

R.: Absurdo est! Nihil cognovi ingratius[3]. L’incendio si è infiammato vicino al Circo Massimo in prossimità del Palatino e dell’Esquilino. Lì si trovavano molte botteghe, costruite in legno ed edificate in strette vie. Il materiale combustibile in esse esistente è stato attaccato dalle fiamme che il vento ha fatto poi dilagare nei quartieri vicini. Si sono salvati Il Foro, il Campidoglio e parte del Palatino.

Come avrete appreso, anche la mia Domus Transitoria è andata completamente distrutta. Acta est fabula[4].

 

Così dicendo mi lanciò uno sguardo bieco. Poi continuò.

 

R.: Al propagarsi dell’incendio ero assente. Mi trovavo ad Anzio e, venuto a conoscenza della notizia, sono rientrato a Roma nel momento in cui il fuoco attaccava la mia dimora.

Ho fatto approntare all'istante efficaci misure per provvedere ai senzatetto, in campo Marzio sono state costruite baracche di fortuna e nei giardini imperiali sono stati messi a disposizione della popolazione colpita numerosi edifici pubblici.

Da Ostia e dai centri vicini ho fatto giungere grandi quantità di viveri e ho fatto abbassare artificiosamente il prezzo del grano per evitare speculazioni di sorta. Avrei potuto fare di più?

 

D.: Adhùc dicunt[5], che le autorità abbiano incontrato degli ostacoli nel loro tentativo di spegnere le fiamme, ostruzioni poste in essere da persone prezzolate per permetterti di perseguire il progetto di ricostruire Roma, più bella di prima.

R.: Le difficoltà sono state create dagli sciacalli e non da prezzolati, come si dice. Durante il principato di Tiberio vi sono stati altri due incendi e anche in quei casi lo sciacallaggio ha impedito la puntualità dei soccorsi e dello spegnimento delle fiamme.

Inoltre il propagarsi di incendi a Roma, città gremitissima di persone e di attività di ogni tipo, è un evento ad alto rischio, come dimostrano i numerosi precedenti episodi a cui ho fatto, in parte, riferimento.

La configurazione urbanistica dell’Urbe, realizzata nei quartieri popolari con costruzioni in legno, ben si presta al verificarsi di tali accadimenti.

Già prima dell’incendio mi sono mosso seguendo le orme della tradizione edilizia imperiale di Augusto e di Cesare.

I miei predecessori hanno elaborato progetti di opere colossali, quali il nuovo porto di Ostia, la deviazione del Tevere a sud di Roma, il prosciugamento delle Paludi Pontine ed un canale attraverso l’istmo di Corinto, imprese che in parte ho portato a compimento e in parte ho in animo di attuare. Insieme a queste si colloca un nuovo assetto edilizio di Roma basato su materiale da costruzione meno vulnerabile dal fuoco. Mi sorprende pensare che tali progetti, se voluti da Augusto e da Cesare, vengano considerati l’optimum, mentre se a volerli attuare è Nerone, appaiono stravaganti. In realtà, Video migliora proboque[6]

Sotto il mio principato ho dato inizio alla costruzione del tempio in onore del divo Claudio, ho fatto edificare un arco trionfale destinato a commemorare le vittorie di Corbulone e sul Celio il Macellum Magnum[7], inaugurato nel 57.

Il Ginnasio con annesse le Thermae Neronianae, un complesso di edifici tra i più imponenti della città, splendente e fastoso come nessun altro da me realizzato e inaugurato nel 62, è stato anch’esso toccato dall’incendio. Seppure non sia andato completamente distrutto, alla luce dei fatti si può affermare senza essere smentiti che avrei provocato l’incendio di Roma permettendo che si distruggessero le opere da me stesso fatte edificare per  mia somma gloria?

 

Compresi che egli, da abile politico, si era ben destreggiato nell’ambiguità del suo linguaggio.

La mia bravura di cronista era stata messa a dura prova dalle argomentazioni espresse “pro domo sua” da Nerone. Il suo ragionamento sembrava il frutto di una mente lucida ed affatto insana, per cui azzardai altre domande provocatorie:

 

D.: Adhuc dicunt che tu abbia ordinato di abbattere interi quartieri dell’Urbe. Per quale scopo l’hai fatto?

 

R.: Il sesto giorno d’incendio ho dovuto far abbattere “ob torto collo[8]” numerosi edifici per impedire che il fuoco si propagasse ulteriormente››.

 

D.: Ora che la città è quasi completamente distrutta, quali progetti ha in mente l’Imperatore?

 

R.: È evidente che bisogna pensare ad una ricostruzione dell’Urbe. Il compito non è facile, atqui ad augusta per angusta[9].

Mia intenzione è riedificare le zone non occupate dal palazzo imperiale, non già come avvenne dopo l’incendio gallico, qua e là a casaccio, senza seguire un piano urbanistico, ma con blocchi di case ben allineati, attraversati da ampie e comode strade. Le costruzioni non dovranno superare una certa altezza e vi dovranno essere spazi adibiti a cortili. A protezione delle facciate, inoltre, ho in mente di far costruire dei portici. Prometto di assumere su di me la spesa di questi ultimi come pure di rimettere ai proprietari il loro terreno sgomberato dalle macerie. Inoltre darò dei premi, a seconda del grado sociale e dei mezzi di ognuno, fissando i termini entro cui, per poterli ottenere, si dovranno ultimare palazzi e casamenti. Ho già ordinato che le macerie vengano gettate nella palude di Ostia e che le navi che trasportano sul Tevere il frumento ridiscendano il fiume cariche dei detriti. È necessario, infine, che i nuovi edifici siano saldati in taluni parti non più con travi ma con pietra di Gabi o di Albano, refrattaria al fuoco[10].

 

Lo studio di Nerone mi sembrò ambizioso ma molto realistico e, appurata la sua disponibilità al dialogo, mi predisposi a fargli un’altra domanda.

 

D.: Si racconta in Roma che tu, o Divo Nerone, abbia contemplato la città in fiamme dalla Torre di Mecenate e che, commosso dalla bellezza dello spettacolo, abbia cantato l’incendio di Troia indossando il tuo costume di attore tragico. Altri sono pronti a testimoniare che questo episodio sia avvenuto sulla terrazza del palazzo imperiale. Cosa hai da dirmi in proposito?

 

A questa domanda mi lanciò nuovamente il suo bieco sguardo, poi con extrema sintesi rispose.

 

R.: Falsus est. Fincti testes sunt.[11]

 

Mi riservai per ultimo l’interrogativo, la cui replica ritenevo sarebbe stata la più imbarazzante per il mio interlocutore.

 

D.: Adhuc dicunt che tu, Nerone, abbia attribuito la responsabilità dell’incendio ai Cristiani. È vera questa affermazione?

 

Il suo volto assunse un’espressione inquietante. Egli si alzò dal soglio, chiamò a sé un pretoriano e fece segno di accompagnarmi fuori, cosa che lo stesso eseguì con molta determinazione. Omisi di trascrivere questa parte dell’intervista priva di adeguata risposta.

 

*****

 

Fabius silentio facto tali verba est usus: ‹‹Ne frusta hi tales viri venerint, te aliquando Caius  audiamus[12].››

Un crocchio di romani si era assiepato davanti al Campidoglio intento ad ascoltare il cittadino Caio che leggeva le ultime notizie del “Diurna urbis acta” o “Diurna populi Romani”, il notiziario ufficiale della città. Tale bollettino, fondato da Cesare nel 59 A.C., era l’informatore sia del ciarpame quotidiano (talia il moderno gossip) sia di “res illustres” (cose illustri).

Esso era anche una sorta di gazzetta Ufficiale contenente informazioni di vario genere sui fatti della cronaca cittadina - opere pubbliche, funerali di Stato, processi importanti - che insieme ai “Commentari Senatus” (riassunto degli atti del Senato) costituiva il giornale dell’epoca.

Sull’Albo del Campidoglio ero riuscito a far affiggere la mia intervista ed ora Caio, in nome del popolo romano, la leggeva ad alta voce, perché la verità, quella di Nerone, potesse essere restituita alla storia.

 

 



[1] A memoria perpetua dell’avvenimento.

[2] Si dice, non offendetevi della parola.

[3] È assurdo. Non ho mai visto una peggiore ingratitudine.

[4] La commedia è finita.

[5] Ancora si dice. Si dice anche.

[6] Vedo le cose migliori e le approvo.

[7] Mercato Grande.

[8] Contro la volontà, per necessità.

[9] In realtà alle cose eccelse non si arriva che attraverso le difficoltà.

[10] Questi intendimenti di Nerone saranno poi in buona parte attuati come ci riferisce Tacito nei suoi “Annales”, ma non si conosce quanto di questo programma edilizio sia stato effettivamente completato. Si ritiene che la maggior parte di esso sia rimasto incompiuto, anche per mancanza di denaro.

[11] È falso. Sono testimoni inattendibili.

[12] Fabio, intimato il silenzio, pronunciò tali parole: ‹‹È ora che noi sentiamo te, o Caio, e non avvenga che questi illustri siano venuti qui inutilmente.››

 


Gianfranco Pasanisi

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