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Scritto da Gianfranco Pasanisi. Pubblicato in Prosa il 13 Nov 2016.
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Conobbi per la prima volta ELIOGABALO tra i banchi di scuola ma fu una conoscenza superficiale, utile soltanto a superare un’interrogazione che si rivelò appena sufficiente.

La insegnante di storia mi aveva parlato di lui con palese imbarazzo.

Aveva accennato alle scabrosità della vita dell’imperatore usando sommarie parole quali: dissoluto, pervertito e altri qualificativi da lei pronunciati con evidente disagio.

Un successivo incontro l’ebbi in età adulta presso i Musei Capitolini, dove tra l’altro vi è anche il suo busto, esposto a damnatio memoriae, come   quello di Nerone.

Consapevole che le personalità consegnate ai posteri sono vive anche oltre la morte e che la storia, (luce di verità?) per essere il più possibile fedele deve interrogare i suoi protagonisti, fingendomi commentatore del “Diurna Urbis Acta” (notiziario romano di gossip), mi presentai a lui, col falso nome di Julius, per strappargli un colloquio.

SESTIO VARIO AVITO BASSIANO, alias ELIOGABALO, divenuto imperatore col nome di MARCO AURELIO ANTONINO si mostrò in tutta la sua frivolezza. Bello, di una bellezza raffinata e muliebre, vestiva abiti femminili, aveva il viso di diciottenne imbellettato e il corpo depilato cosparso di balsamo della Giudea.  Indossava, al pari di prostituta, tunica discinta tirata su sino all’inguine e palla di seta trasparente, entrambe, intarsiate d’oro.

Seduto scompostamente su una feminae cathedra, con movenza lasciva, mi indicò una sella su cui accomodarmi. Dopo le prime formalità, ottenni dall’imperatore la seguente intervista che gettò luce insolita sul contestato e discusso personaggio:

-Ora che il destino è compiuto e che il tempo della memoria è lontano dall’influenza di interessati detrattori, vorrei meglio conoscere, cum frigido pacatoque animo, gli avvenimenti della tua vita. Sei disposto a parlarmene?

-  Sono disposto, a patto però che si riporti integralmente il mio punto di vista. Nelle cose che si raccontano v’è sempre una doppia verità; vorrei rivelare la mia, non per ottenere l’indulgenza dei posteri ma per affermare le ragioni del mio operato e del mio agire.

-                    Le cronache riferiscono che l’11 Marzo del 222, inseguito da un pretoriano fosti ucciso, insieme a tua madre Giulia Soemia BASSIANA, mentre eri immerso negli escrementi di una latrina della caserma Castro Pretorio dove, in preda al panico, ti eri rifugiato. Credi di aver meritato tale morte vergognosa?

-                 Per quanto riprovevole possa essere stato il mio comportamento non meritavo così ignobile fine. Fummo uccisi mia madre ed io da un soldato della guardia imperiale corrotto, ingaggiato, insieme ad altri, da mia nonna Giulia MESA, la stessa che ottenne la mia acclamazione a Imperatore col medesimo metodo corruttivo, e da mia zia Giulia Avita Mamea. Le due donne mi convinsero ad adottare, prima, e a elevare al rango di Cesare, poi, mio cugino Alessiano con l’intendimento di assicurargli la successione dopo che avessero realizzato la mia uccisione.

Accortomi della manovra tentai di eliminare il nuovo Cesare ma Mesa e Mamea vanificarono il mio progetto ed una cospicua elargizione di denaro persuase le guardie pretoriane a passare all’azione.

Non al valore dei nemici, ma alla cinica ambizione dei miei familiari e alla infedeltà e alla corruzione dei miei soldati devo la mia rovina. Pecuniae obediunt omnia. Tutto obbedisce al denaro. E’ il credo che accompagnerà anche le generazioni future e di cui siete e sarete testimoni.

Ancora oggi ricordo quei drammatici avvenimenti.  Mia madre mi strinse a sé in amorevole abbraccio. Decapitati, fummo spogliati e il mio cadavere per disprezzo fu strascicato per le vie dell’Urbe ed esposto allo scherno del popolo. Io, alto sacerdote del Sol Invictus, il Pater Patriae, il Pontifex Maximus, fui ammazzato come il peggiore dei delinquenti e trattato come un essere immondo.

Il mio corpo ignudo, gettato in una fogna troppo stretta per riceverlo, fu poi scaraventato dal ponte Milvio, nel Tevere. Dalle tristi vicissitudini mi derivarono gli appellativi de “Il Trascinato, Il Tiberino, L’Impuro.” Porci pretoriani, vili prezzolati! Essi hanno tradito il giuramento di fedeltà. Sul Denario di Eliogabalo avevo fatto apporre, il motto “Fides Esercitus” a prova che l’esercito è alla base del potere imperiale. E’ questo l’onore militare? E’ questa la lealtà che i soldati devono al loro imperatore?

-                    Rilevo dal tuo dire, O Divino, una palese contraddizione. Non furono i pretoriani a farti assurgere al rango di imperatore cospirando contro MACRINO, tuo predecessore?  Quando ti furono utili ne esaltasti le virtù mentre ora, che si sono rivoltati contro, li denigri.

-                    Ciò che dici è vero solo in parte. In realtà la conquista del potere è spesso frutto di collusioni, di corruttele, di tradimenti. Tuttavia MACRINO non seppe conservare la fedeltà dell’esercito, e lo scontento tra i soldati fu determinato soprattutto dalla concessione ch’egli fece dell’Armenia a TIRIDATE II, figlio di un re, imprigionato da CARACALLA, imperatore molto amato dall’esercito, e alla decisione di abbassare la paga dei soldati.

-                    Si dice che tu sia figlio illegittimo di Caracalla e che tua madre ne sia stata la sua amante. Quanta verità vi è in questo?

-                    Fu mia nonna MESA, sorella di Giulia Domna madre di Caracalla, assecondata da mia madre, ad attribuirmi tale paternità per conquistare la lealtà di coloro che avevano giurato fedeltà a CARACALLA. Fu un’abile mossa, frutto di uno spregiudicato intuito femminile che sortì l’effetto sperato.

-                    Di te si dice, circostanza da te stesso confermata, che sia stato un docile strumento nelle mani di tre donne: la nonna, la madre, la zia. In che modo esse hanno condizionato il tuo potere?

-                    In qualsiasi modo, sono sempre stato la loro longa manu: dalla mia ascesa all’impero fino alla mia caduta.

Esse hanno goduto, grazie alla mia carica, di enormi privilegi e di enorme potere.

Per la prima volta nella storia di Roma, mia nonna e mia madre hanno avuto l’onore di assistere alle sedute del Senato e di ricevere titoli senatoriali: a mia madre accordai il titolo di clarissima e a mia nonna quello di castrorum et senatus (madre degli accampamenti e del senato). Per far loro cosa gradita, istituii il Senaculum Mulierum (Senato delle donne) che, seppure delegato a decidere su argomenti limitati, costituì una novità ed una evoluzione di ciò che voi definite parità di genere nell’esercizio delle cariche pubbliche. Seppure spinto dalle loro pressioni e benché ciò fosse sgradito ai senatori, ritengo di aver innovato, non poco, nell’ambito della politica e dei diritti delle donne.

 A dire il vero, il Senaculum Mulierum non onorò la dignità di tale istituzione. Sotto Symiamira furono approvati senatus consulti

Bizzarri su leggi, destinate alle matrone, che disciplinavano frivolezze, privilegi, contegni da tenere a seconda del ceto di appartenenza. Ciò offrì il pretesto, dopo la mia morte, per proibire definitivamente alle donne di partecipare alle sedute del senato romano.

Vi fu una restaurazione che cancellò, con un colpo di spugna, tale innovazione.

- I denigratori sostengono che sotto il tuo imperio non vi siano stati ambiti di eccellenza degni di nota o di futura memoria se si escludono i settori dell’abbigliamento, della cucina e dell’arredamento.

- Questo è falso. Si rammenti che ho abbellito Roma con la costruzione del Circo Variano e con il tempio del Sol Invictus ed ho portato a compimento le Terme di Caracalla munendole di palestre e negozi. Se si valuta che ho governato Roma per soli quattro anni, dai 14 ai 18 anni di età, può ritenersi esiguo ciò che ho prodotto?

- L’accenno al tempio del Sol Invictus riportano alla mente le furibonde controversie religiose che, sotto il tuo governo, si sono rivelate.

Non ritieni che importare in Roma il culto siriano del Dio Sole di Emesa, El Gabel, di cui eri sacerdote, sia stata una delle principali ragioni della cospirazione contro di te?

-         L’intento era di sostituire a Giove il Sol

Invictus per farne la divinità principale della religione romana e di riunire in Pantheon    il culto segreto di tutte le credenze nel sacerdozio di Eliogabalo. Tale politica religiosa si rivelò contrastante con la tradizione romana e causò una dura reazione del popolo e soprattutto del Senato, notoriamente conservatore.

Ritengo, col senno di poi, che l’inizio della mia fine fu principalmente determinato dal matrimonio da me contratto con Aquilia Severa, vergine sacerdotessa della dea Vesta.

Per i romani tale matrimonio fu considerato vilipendio, incesto e grave insulto alla loro religione. Ciò è ancor più vero se si pensa che per legge, una vestale che avesse perso la propria verginità veniva seppellita viva.

La storia ha poi insegnato che non si offende il sentimento religioso di un popolo e che non è concesso a nessuno, neppure in nome di una libertà di espressione, profanare ciò che lo spirito umano considera sacro e intangibile.  

Ma mi determinai a sposare Aquilia, col solo intendimento di avere dei figli   che mi succedessero nella dinastia e che avessero origine divina. Questo il motivo di tale decisione. La mia aspirazione era di pervenire alla fusione del potere politico e religioso e concentrarlo nelle mani dell’imperatore che al contempo fosse appieno anche Rex Sacrorum e Pontifex Maximus.

Lo sguardo di Eliogabalo s’incupì e un velo di sconforto offuscò il viso truccato.  Poi un guizzo di fierezza illuminò i suoi occhi.

Mi predisposi quindi ad affrontare il pezzo più arduo dell’intervista:

-          Vorrei introdurre ora un argomento

Imbarazzante che scruti il privato più intimo: il tuo orientamento sessuale. Posso osare senza paura di toccare la permalosità dell’imperatore e di recargli offesa? Consenti che si parli di quest’aspetto della tua personalità?

-         Lo consento e a chi consente non si fa

Ingiuria. Ciascuno ha le proprie inclinazioni ed io ho le mie.

-         Si dice che tu abbia avuto cinque mogli, tra cui:

Giulia Cornelia Paula, la già citata Aquilia Severa ed Anna Faustina.

Il tuo biografo e contemporaneo il senatore Cassio Dione Cocceiano nella sua “Storia Romana” riferisce che hai avuto anche due mariti: Ierocle, uno schiavo biondo, auriga proveniente dalla Caria, che tentasti di nominare cesare, e Zotico, un atleta di Smirne a cui assegnasti la posizione di cubicularius e che sposasti con una cerimonia pubblica.

Si narra inoltre che avresti offerto metà dell’impero al medico che ti avesse dotato di genitali femminili, che cercassi da te stesso uomini sessualmente dotati con cui trattenerti in pratiche omosessuali, che riservasti una stanza del tuo palazzo da adibire a bordello per gli amici, i servi e in cui ti prostituivi e commettevi le tue sconcezze.

Erodiano sostiene inoltre che abbia affrancato una moltitudine di prostitute riacquistandole dai lenoni.

-La società romana considerò eccentriche e indecenti le pratiche sessuali del proprio imperatore perché non comprese che l’aspetto religioso e quello sessuale erano consuete espressioni della cultura orientale a cui appartenevo.

Cassio Dione Cocceiano fu portavoce del senato e il sostenitore di Alessandro Severo, per cui, il suo giudizio è frutto di palese e plateale esagerazione.  Avevo definito i senatori “schiavi togati, coltivatori solo del fondo del popolo romano” e ciò aveva irritato la classe senatoriale di cui Cocceiano era rappresentante.

Erodiano, storico anch’egli a me coevo e per di più mio conterraneo, nell’opera Istoria Augusta” esprime sul mio conto un giudizio più sereno e ponderato, attribuendomi un’estrema raffinatezza estetica, l’amore per il lusso e il rifiuto delle convenzioni.

Egli sostiene che la mia ideologia può essere definita democratica perché “il popolo non è stato mai sfiorato, mai toccato “dalla mia tirannia che egli pur considera sanguinaria.

La mia cattiva fama è stata alimentata da una campagna propagandistica che attribuisco in massima parte a Giulia Avita Mamea e in parte rilevante anche ai primi storici cristiani che mi descrissero con toni astiosi.

Non rinnego la verità ma molte stravaganze a me attribuite sono frutto di esagerazione, come quando si scrisse che avrei fatto morire alcuni miei ospiti soffocandoli con una enorme quantità di petali di fiori fatta cadere dal soffitto. Può essere verosimile tutto questo?

Quanto alle mie tendenze e gusti sessuali vorrei rammentare ciò che si diceva su Cesare e re Nicomede” Cesare ha sottomesso la Bitinia e celebra il trionfo. Perché non celebra il trionfo Nicodeme, che ha messo sotto Cesare?” E che dire della battuta che circolava in Roma durante le cesaree: Cesare, marito di tutte le mogli e moglie di tutti I mariti? Ai distratti vorrei menzionare il Carme LVII di Catullo:

“Se la intendono a pennello quella coppia di invertiti, Mamurra che lo prende e Cesare.

…Depravati in pari grado, quasi gemelli, l’uno più famelico dell’altro ad adescare, rivali e soci di donnine.

Sono stato forse l’unico transgender transessuale della storia? Nel secondo millennio quando i costumi si saranno evoluti non ci scandalizzerà più di avere al potere personaggi come me e l’omofobia sarà forse considerata perfino un crimen. Donne e uomini illustri saranno ricordati per ciò che i più considerano aberrazioni.

Dannunzio sarà citato oltre che per la poesia anche per la sua coprofilia e Hitler, oltre che per le sue nefandezze, per l’inclinazione a prediligere l’urofilia, che alcuni hanno definito pioggia dorata.

Man mano che Eliogabalo procedeva nel suo dire, il suo linguaggio si accendeva di inusitata enfasi. E in quell’istante compresi che il degrado dei costumi, anche quelli sessuali, è espressione dei tempi e della società in cui si vive.

 

 

 

 

 

 


Gianfranco Pasanisi

Autore: Gianfranco Pasanisi

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