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Scritto da Gianfranco Pasanisi. Pubblicato in Prosa il 21 Ott 2016.
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Un sogno ha cambiato la mia vita, il modo di pensare, di comportarmi.

Mi ha trasformato nell’intimo, mi ha geneticamente modificato.

Ora non sono più quello di un tempo, non mi appartengo più, non so riconoscermi, ho smarrito la personalità che mi rendeva unico, diverso da qualsiasi altro individuo.

Qualcosa si è insinuato nel mio cervello, un che di estraneo, degli anioni che mi danno una carica negativa.

Da allora non ragiono più con la mia testa, la mente è guidata da una forza misteriosa, condizionante, fuorviante.

Ricerco in me il passato primigenio, il mio senso critico, l’originalità del pensiero, i tratti salienti dell’essere me stesso, ma tutto è vano, non mi ritrovo, mi confondo.

Dov’è riposta l’essenza del mio ego, dove è stata ricacciata, chi me l’ha rubata, chi se ne è appropriato a mia insaputa?

Ignaro, me lo domando, investigo, cerco le ragioni del mutamento che è avvenuto nel mio intelletto.

Sono prigioniero di quell’allucinazione onirica, sequestrato, limitato con l’inganno nella libertà di espressione, nella capacità di agire, di intendere e di volere.

Ho la sensazione di essere un automa, un clone, un reiterante, un soggetto omologato.

Tutto è avvenuto quella sera, una tra tante, uguale alle altre.

Disteso sul divano, mi ero da poco addormentato anestetizzato dal battito elettronico della televisione quando l’incubo si è presentato sotto forma di visione.

Mi sono ritrovato in sala operatoria, disteso sul lettino, mani e piedi bloccati dalla stretta morsa di legature di cuoio.

La scena, irreale, si presentava in tutta la sua assurdità.

Due uomini e due donne abbigliati con tute, cuffie e mascherine verdi, predisponevano le strumentazioni chirurgiche, le apparecchiature medicali computerizzate e controllavano i requisiti impiantistici degli erogatori di ossigeno e di protossido di azoto.

Ero in uno stato di blocco epidurale ma potevo guardare le immagini dei chirurghi riflesse nella cromatura della lampada scialitica e il loro abito con la scritta “Esperto televisivo “.

Intorno al tavolo operatorio due telecamere smisurate, manovrate da abili cameramen riprendevano con occhio indiscreto lo svolgersi dell’azione.

<< Questo è il penta milionesimo paziente >> osservò uno dei due uomini.

<<Con questi ritmi riusciremo a finire le operazioni in qualche settimana >> dichiarò l’altro.

<< Ce ne sono alcune centinaia di migliaia in lista di attesa inviateci dalle emittenti private e locali>> considerò quella delle due donne che sembrava la più informata.

Nei loro occhi lessi un indizio di sadismo.

Cominciai a tremare, a temere per la mia sorte ma ero bloccato, anchilosato.

Le ho sentite quelle voci compiaciute, li ho avvertiti, quei sogghigni di soddisfazione manifestarsi sotto le mascherine sterili! E tutt’ora li percepisco, sono la mia ossessione.

Non sono in grado di descrivere in quale stato di umiliazione mi trovassi in quell’istante terrificante ma mi sentivo disumanizzato, in loro balìa, impedito nella reazione.

Poi dovetti assistere alla scena più agghiacciante: l’apertura del cranio e l’asportazione della materia grigia sostituita con un reticolo di fili sottili, con diodi, con micro chip, con led, con microscopici organismi cibernetici, con sistemi integrati producenti impulsi elettrici.

Avrei voluto gridare tutta la mia rabbia, il mio risentimento ma ero annichilito, sedato.

Dopo quel sogno allucinante sono insorte in me gravi alterazioni comportamentali: sono diventato un essere senz’anima, un uomo bionico che vive in una sorta di suggestione subliminale.

Ogni volta che accendo il telecomando del televisore avverto nella cassa cranica un ronzio, un crepitio indiavolato, un luccichio frenetico, delle fastidiose intermittenze di suoni e di luci.

Tutto in me si snatura.

Vorrei liberarmi da quest’oppressione ma, ovunque volga lo sguardo, vi sono ripetitori che interferiscono con i miei pensieri.

Sono dappertutto: sui tetti delle case, sugli spazi aperti della città, insistenti vicino alle scuole, agli uffici pubblici, alle abitazioni.

Sono dei mostri silenziosi, scheletrici, spigolosi, dall’apparenza innocua.

Si presentano alti, dominanti, incombenti.

Il cervello conduce con loro un’impari lotta, non riesce ad appropriarsi pienamente delle sue funzioni, non ha più il dono dell’immaginazione: resiste, combatte, soccombe.

E’ sbaragliato da una forza dominante, è annientato.

Non amo più le persone e le cose di un tempo, ho cambiato le mie abitudini, è mutato il mio sentire, non provo più le stesse emozioni del passato.

Ho modificato anche i miei gusti… In tutto.

Degli stereotipi si sono sostituiti al mio modello di vita, ai valori che erano solidi e radicati in me.

Devo ritrovare me stesso, la lucidità mentale, il mondo interiore, la singolarità della mia persona.

Devo decontaminarmi; lo esige quella parte di me che timidamente sopravvive a quel mostruoso sogno.

Ho deciso: andrò a vivere in un bosco, lontano dai campi magnetici, dalle scintillazioni ipnotizzanti.

Mi immergerò nella natura.

Essa saprà accogliermi nel grembo di madre affettuosa. E finalmente ritornerò a vivere, felice e in sintonia con me stesso; senza turbamenti.

 

 

 


Gianfranco Pasanisi

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  • Ammirato, coinvolto, aspetto una continuazione di quello che sembra un racconto di onirica follia che credo ancora tanto debba dire, in simboli e allegorie, fra metaforiche e profonde battaglie dell'io. Apprezzato, bentrovato, a rileggerti ancora.

  • " andrò a vivere in un bosco, lontano dai campi magnetici, dalle scintillazioni ipnotizzanti."

    Temo che ormai sia troppo tardi, sia per il protagonista come per noi, ormai al centro di mille sollecitazioni strumentalizzanti, controllati nei gusti e nelle scelte, condizionati di conseguenza. E' l'allegoria del tempo in cui viviamo, cellulare alla mano, perennemente attaccati alla cellula più vicina che ci rimanda tutto...
    Una volta in mano si teneva il guinzaglio del nostro amico quadrupede, fedele e obbediente. Ora siamo noi ad obbedire a stimoli estranei...
    Nemmeno nel bosco più lontano saremo sicuri, se non tagliamo il cordone ombelicale che ci trattiene e ci condiziona, perennemente connessi: è la nostra condanna!

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