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Scritto da Gianfranco Pasanisi. Pubblicato in Prosa il 13 Ott 2016.
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 Chi mai può avere interesse a visitare un allevamento di allocchi?

     Certamente ve lo chiedereste se vi proponessi di farlo, forsanche, dubitando del mio equilibrio.

     Voglio rassicurarvi, sono in possesso di tutte le mie facoltà mentali e psichiche.      

     Parola del mio psicologo!

E in piena coscienza e conoscenza vi assicuro che una visita di tal fatta è istruttiva quanto non mai.

   S’imparano tante cose a visitare un allevamento di allocchi!

   Se sapeste quale beneficio trarrebbe il vostro apprendimento, lo fareste senza interporre indugio.

     Io l’ho fatto… Con somma soddisfazione.

 

 In un giorno uggioso me ne stavo mimetizzato nella mia poltrona, rincretinito davanti alla TV a guardare un programma di pseudo politica, di quelli che riempiono la testa di “dirò e farò”, in cui ti ripetono che loro sono i più bravi, che agiscono nell’interesse della Nazione, mai per quello personale, nell’istante in cui venne a trovarmi Marco Traversi, un tipo un po’ strambo, un intellettuale da strapazzo, tanto stra e molto meno pazzo, che mi onora della sua amicizia.

-         Stai a rincoglionirti davanti alla televisione? Anche tu porti il cervello all’ammasso? Mi meraviglio di te! – Mi disse con tono di rimprovero.

     Colto in flagrante istupidimento, provai a giustificarmi: - Mi divertivo a sentire le solite solfe, a guardare le solite pappardelle ben condite da soggetti dalle spudorate facce di bronzo – risposi non senza imbarazzo.

    -Alzati! Liberati del tuo torpore e vieni con me. Voglio condurti in un posto straordinario- mi ordinò il premuroso conoscente con un tono che non ammetteva repliche.

     Pur sbuffando, senza darlo a vedere, pigiai il tasto rosso del telecomando, spensi il diabolico strumento e mi determinai a seguire il mio inquisitore.

   Mettetevi nei miei panni …Potevo rifiutare tale perentoria esortazione, peraltro, espressa con tanto garbo?

 

 

 

   Dopo aver percorso circa cinquanta chilometri in macchina, ponendomi mille domande, in media una ventina a chilometro, giungemmo, alfine, a destinazione.

  Nel corso del viaggio, i miei interrogativi non avevano trovato riscontro negli esclamativi del compagno di strada, cosa che aveva fatto debordare la mia bile e la curiosità insita nel mio desiderio di sapere.

     Armato di santa pazienza, attesi quindi gli esiti della visita acquietando l’ansia di conoscenza che, poco dopo, fu pienamente soddisfatta.

    Il luogo si presentava ameno.

    Eravamo giunti in una fertile campagna attraversata da un reticolo di tortuose stradine sterrate e delimitate da muretti a secco.

   Seguendo un percorso accidentato, arrivammo ad una folta boscaglia, e ben occultato tra gli alberi d’alto fusto, trovammo di fronte, a sbarrarci la strada, un alto e solido muro che circondava un terreno di svariati ettari.

   Sembrava che quel complesso lo si volesse tenere segreto.

   Si accedeva nello strano luogo attraverso un largo cancello nei cui pressi vi erano due vigilantes che ne controllavano l’ingresso.

   Quando uno di loro si avvicinò a noi il mio amico, senza profferir parola, esibì il tesserino di giornalista.

    La guardia si scostò, aprì il cancello telecomandato e con un cenno della mano ci fece segno di entrare.

    Davanti a noi si presentò un territorio che si perdeva a vista d’occhio, attraversato da ampie strade simili a piste di atterraggio.

   Al centro di un grande spiazzo, a forma di pentagono, si ergevano delle costruzioni dalle facciate di cristallo.

   Intorno, un continuo brulicare di persone e uso di telecamere faceva presumere una frenetica attività lavorativa.

   Ma la cosa più sorprendente fu che, ai lati delle ampie vie, v’erano centinaia di enormi voliere: gabbie in ferro battuto simili a quelle che possono ammirarsi in alcune ville signorili.

   All’interno di esse, immaginate un po’, allocavano migliaia di allocchi.

   Conoscete quegli uccelli rapaci dal piumaggio bruno e dalla coda corta ed arrotondata che amano la notte e la sua oscurità?

-Si? - Bene, proprio quelli!

   Cosa ci facessero così tanti volatili simili a gufi e civette, radunati tutti insieme, era cosa che m’apparve assai strana e ancora più eccentrica mi sembrò quando appresi, poco dopo e non senza stupore, che i nottivaghi pennuti erano allevati con meticolosa cura da esperto personale specializzato che, in quel compito, profondeva alacre impegno.

   Posteggiata la macchina nel vasto parcheggio, situato davanti al “palazzo di vetro”, ci avviammo a piedi, Traversi ed io, verso quella costruzione che era la sede della Direzione e di vari uffici.

  Percorrendo il lungo corridoio del primo piano, Marco si fermò davanti alla porta chiusa di una stanza su cui vi era una targhetta: Ufficio Organizzativo– Dott. Domenico De Luca.

      Mentre egli si accingeva a bussare con la nocca della mano, l’uscio si aprì e comparve la figura di un uomo distinto, elegante, vestito con giacca e cravatta, curato nella persona e dall’aspetto di un manager dal colletto bianco.

-         Benvenuti! –ci disse esibendo un espansivo sorriso e porgendoci la mano in una stretta di saluto.

-         Sei il solito ritardatario. Ti aspetto da un’ora – dichiarò De Luca rivolto al nostro partecipe, manifestando col suo linguaggio di avere una certa confidenza col comune amico.

   Poi, attesa invano una pur minima giustificazione dall’interlocutore, il dirigente si offrì di accompagnarci per una visita guidata dell’impianto. 

-         L’allevamento è articolato in vari settori – Iniziò.

 -In quel caseggiato vi sono le sezioni Etologia, Riproduzione e Addestramento, nell’altro i centri Programmazione, Sperimentazione e Ufficio Stampa- continuò indicandoci due palazzine che apparivano di recente costruzione.

    - Qui si lavora molto ma i risultati sono eccellenti. In un mondo globalizzato i metodi di allevamento di allocchi sono tutti uguali, standardizzati, secondo protocolli prestabiliti che di volta in volta vengono aggiornati in tutto il mondo a seguito di nuove scoperte metodologiche e tecnologiche.

   All’aggiornamento provvedono gli addetti stampa mediante articoli di divulgazione scientifica.

Il personale è altamente specializzato, per lo più laureato in Sociologia, Scienze politiche, Psicologia, Economia e, in massima parte, in Scienze dell’Informazione con indirizzo in Relazioni Internazionali.

    Quale attinenza avessero tali professionalità con gli allocchi   era completamente incomprensibile. Mi sembrava di essere capitato in un luogo di matti e compresi, d’un tratto, perché Traversi, con la sua bizzarria, si trovasse a suo agio in un posto simile.

   Distratto da tale amena considerazione rischiai di perdermi il prosieguo della trattazione del Dott. De luca che con facondia continuò la sua spiegazione:

     - L’allocco è un uccello rapace tutt’altro che stupido. Noi ne studiamo gli schemi comportamentali ed è per questo che abbiamo tra i dipendenti il fior fiore degli etologi.

-                      Voglio farvi un esempio: se liberassimo questi esemplari essi si coalizzerebbero e, dando libero sfogo al proprio istinto rapace, farebbero razzia degli animali di cui sono ghiotti, mettendo   a repentaglio l’equilibrio che perseguiamo. E’ per tale motivo che li addomestichiamo, li avvezziamo a bere e a mangiare tutto ciò che propiniamo loro, ne modifichiamo i gusti alimentari, ne regoliamo la riproduzione in cattività per fare in modo che nascano cento, mille allocchi con le stesse abitudini e privati dell’istinto aggressivo di sopravvivenza.

L’assuefazione è il nostro primario obiettivo.

Nel settore vantiamo il primato d’eccellenza in un campo caratterizzato da spietata concorrenza.

     Cominciavano a tratteggiarsi, nitidamente, gli scopi e le ragioni di tale attività; ma la sorpresa non si era ancora esaurita.

       Il dinamico dirigente, per dimostrare in concreto il risultato finale del loro impegno, ci introdusse nella voliera che sembrava più ampia delle altre.

    Accovacciati su dei trespoli, collocati intorno alla circonferenza della gabbia, v’erano numerosissimi pennuti con lo sguardo rivolto verso apparecchiature telematiche e televisive, tutte accese e in trasmissione, sopra le quali era proiettata una luce abbagliante.

   Gli allocchi restavano inerti, attoniti, istupiditi e gli occhi rotondi, fissi e vacui conferivano loro un’espressione ottusa e inebetita.

Vedete?  Essi vivono bene al buio. Ma se li si abbaglia con una luce adeguata si confondono, si smarriscono.

Il nostro Centro Sperimentale ci suggerisce quale luminosità sia quella più adatta al condizionamento del comportamento dei volatili   perché essi si adeguino a ciò che noi vogliamo.

Proferite queste parole l’accompagnatore così concluse:

Qui finisce la nostra visita, gli altri reparti sono riservati e sono esclusi agli estranei.

 Così dicendo si congedò da noi con una energica stretta di mano e con un sorriso di compiacimento.

 

Rientrato a casa dopo una giornata così intensa e sfibrante, decisi di rilassarmi.

Accesi la TV nella speranza di guardare un programma leggero e ricreativo  ma su tutti i canali non si parlava d’altro che  di renzismo, di berlusconismo, di anti qua ed anti là , di centrodestra, di centro sinistra, di centro - centro, di sinistra – sinistra, di destra – destra, di aumento dello spread, di patti di stabilità, della diminuzione del numero dei parlamentari, del ridimensionamento della burocrazia, della decrescita dei consumi, dei cali della produzione, della riduzione dei costi della politica, dell’impoverimento del ceto medio, della lotta alla corruzione e alla mafia.

Tutti quanti, dico tutti: giornalisti, professori universitari massoni, politici logorroici, conduttori prezzolati ed asserviti, indicavano ovvie soluzioni a problemi irrisolti che nessuno si è mai presa la briga di definire… Bla … bla …Bla bla… Era un continuo blaterare.

Le trasmissioni erano così bene predisposte da attrarre l’attenzione dei telespettatori che nel seguirle, bevevano tutto, abbagliati dalle fandonie così bene amministrate e somministrate, tra uno spot pubblicitario e l’altro, da astuti ed abili comunicatori.

     Il televisore si spense da sé prendendo atto della mia indignazione.

Presi tra le mani un quotidiano e nello sfogliarlo ritrovai gli stessi argomenti, le stesse opinioni, le stesse sterili ciance ascoltate poco prima.

    Lo sdegno si trasformò, ben presto, in rabbiosa irritazione.

    Gettai via il giornale e mi determinai a non guardare mai più i programmi TV.

 

     Infine avevo preso consapevolezza, in pienezza e con appagamento, di non voler essere più un allocco.

La visita all’allevamento mi aveva fatto bene. Era stato igienico e salutare.

                                                                                                                     

                                                                                                           Gianfranco Pasanisi

 

  

 

 

 


Gianfranco Pasanisi

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