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Scritto da Francesco Marco Narrastrofe. Pubblicato in Poesie il 07 Set 2016.
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(Mi ha sempre affascinato questo mito. Ne ho scritto versi per diletto, senza pretese. E' incompleto ma uno di questi anni troverò il modo di cogliere in parole quello che mi trasmette l'ultima parte)

 

Orfeo e Euridice 

Non apparteneva a questo mondo, né alle umane genti
il di lei sorriso, al sommo di ogni cielo,
bisbigliava il vento tra i frumenti,
taceva il mare dal suo profondo gelo.

Per quel sorriso, malia dei miei versi,
avrei consacrato sogni al tempio di chi prega.
Ma il fato, lui li uccide, giudicandoli perversi,
onda che d'infrangersi nel suo mare già s'annega.

Per quel sorriso d'Euridice finito e spento,
canto la morte che di vita non guarisce.
Dell'ade inferno io più non mi spavento,
io sono Orfeo e la vita ormai non gioisce.

Caronte ascolta, trattieni la tua ira,
lei mi attende, son certo, oltre la morte,
ti supplica l'incanto di questa lira,
che dell'ade mi spalanchino le porte.

Canto a voi demoni impietriti,
la canzone dell'amore andato.
Se esiste ancora una scintilla tra i detriti,
io non esisto senza amor restituito

Canto melodia finché anima resiste.
Canto amore ma di dolore intriso.
io sono Orfeo che gioia più non percepisce,
senza l'amata e il rifiorir del suo sorriso

Di questi inferi io non temo il rogo,
quel che temo lo canto in questi accordi,
quel sorriso al sommo di ogni luogo,
fugga via nello svanire dai miei ricordi.

solcano lacrime sui volti appesi e stinti,
germogliano fiori dai tralci duri dentro,
demoni e arpie dal dolce canto avvinti,
l'inferno intorno, il suono di una lira al centro.

Dalle valle dell'Indo, alle colonne in Tartessa
non si era mai sentito, lo giuro sul mio onore,
un mortale nell'Averno cantar l'amata persa.
Inchinati funesto, io son Ade, degli inferi il Signore.

Io m'inchino mio padrone, chino il capo con rispetto,
ma son qui nel luogo inverso, mosso dal quel sentimento,
che muove i mondi, sposta i regni, anche qui, al tuo cospetto,
l'amore mi governa, ed io son qui e non mi pento.

Dovrei ridurti in pezzi, come osi scellerato,
guarda Erine mossa in pianto, e l'Arpia che non artiglia,
guarda Issione sulla ruota, l'ingranaggio si è inceppato,
hai condotto qui l'amore, e in quello tutto impiglia.

Taci il canto appassionato, taci l'incanto melodioso,
l'ira mi governa, singhiozzo in questa lacrima,
Bada Orfeo, io son Ade, di natura astioso,
ma un accordo lo troviamo, un passo avanti d'ella l'anima.

Non si era mai creduto, nelle cavità dell'ipogeo,
Ade anima indicar, dal fondo scelta tra i defunti.
Commossi gli Inferi e l'immortale amore reo,
Euridice il nome, dall'ombra avanza un passo avanti.

Le creature dell'Averno inermi, ascoltar le sorti,
le parole del Signore, col fiato corto a pronunciar.
Dall'Ade uscite, ma finché non sarete oltre,
ella cammini un passo indietro e mai la dovrai guardar.


Francesco Marco Narrastrofe

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