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Salire le scale? Dovevo! Raccolsi l’ultimo scampolo di energia e arrancando afferrai il corrimano della ringhiera a sostegno del mio corpo, reso gravoso dalla stanchezza. Raggiunsi il primo piano; suonai il campanello, il trillo mi rintronò la testa.

      Indistinto, poi più definito, udii lo scalpiccio di ciabatte sul parquet e poco dopo le mandate della serratura. L’uscio si aprì.  Apparve una donna di età imprecisata dal volto solcato da rughe profonde e dalle gote rubizze e pendule. Era Elide la pensionante.

     Il trucco pacchiano e pesante del viso risaltava un tentativo mal riuscito di correggerne i difetti e di nascondere la perduta elasticità e freschezza della carnagione.

    L’acconciatura dei capelli raccolti sopra la nuca e tenuti su da abbondante lacca non impediva di rilevare la perdita di vitalità della capigliatura che appariva sintetica, simile al crine di una bambola.

     Trapelavano dal viso segnato della donna gli intimi tormenti di un’essenza sofferta, trabocchevole di angoscia e ansietà soffocate nell’alcool e nel fumo.

     Il vissuto di due eventi luttuosi, il suo unico figlio perduto in un incidente stradale e il marito morto di cancro, pesava non poco sul suo stato emotivo e fisico. Si era trovata sola ad affrontare, da sola, un profondo dolore e a gestire la pensione per sopravvivere.

     Rivelava a tutti, senza riserbo, gli eventi della sua travagliata vita; raccontava la sua sventurata storia anche a sconosciuti e occasionali interlocutori, sperando nella commiserazione pietosa degli altri. S’illudeva, cosi agendo, di lenire il suo dolore, di esprimere sentimenti che lei non voleva negarsi e che sgorgavano incontrollati in colloqui incentrati su quegli accadimenti.

      Cercava negli estranei una condivisione che molti le negavano, con indifferenza.

- Su questa tera semo fatti per soffrir - soleva ripetere in un cantilenante e indefinibile lessico, come a volersi consolare dell’altrui noncuranza.

Si consegnava così, senza ribellarsi, alla rassegnazione e alla sventura.

     Elide… Da quanto la conoscevo…forse da venti anni. Nel mio ricordo era stata sempre così: una donna appassita, stanca, dimessa, trasandata.

     Custodiva però nelle movenze una sensualità che appariva grottesca, riguardo ad un corpo degradato.

       Un labile, impercettibile indizio di trascorsa bellezza trapelava dal sorriso leggero appena accennato sulle labbra sensuali, costantemente dischiuse in un moto benevolo e compiacente e si esprimeva con la grazia lieta e rassicurante dei gesti e con gli occhi vivaci e luminosi.

     Una vestaglia scolorita e lisa le fasciava il corpo fin quasi alla caviglia mostrando un fisico appesantito dagli anni e dagli acciacchi ma un tempo certamente piacente.

     Ricordava nell’aspetto Bette Davis in “Angeli con la pistola” e immaginavo che solo un esperto visagista e un adeguato maquillage avrebbero potuto restituirle appieno ciò che residuava della consumata bellezza. 

     Rivolsi alla donna un compiacente e stereotipato sorriso con l’intento di eludere ogni tentativo di colloquio.

     Il mio animo già colmo di tristezza non poteva aprirsi alle altrui avversità.

 

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About the Author Gianfranco Pasanisi

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Festina lente. (Augusto)
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